Qualsiasi turista che visiti Belgrado, per ragioni culturali o anche solo per godere della folle vita notturna della città, non può e non deve fare a meno di andare a vedere quel che resta del palazzo dello Stato Maggiore dell’esercito serbo, letteralmente sventrato dalle bombe Nato durante la guerra di quindici anni fa.

E dopo tutto questo tempo, niente è cambiato. Hanno deciso di non riparare o ristrutturare nulla, e l’imponente palazzone a due passi dai luoghi del potere serbo è lì, in tutto il suo devastante simbolismo, a ricordare ai serbi e al mondo quello che è stato.

Da queste parti dicono che qualche palazzo devastato dalle bombe deve restare com’è, come monumento. Qualcun altro, magari più sincero e meno legato alla retorica patriottarda, ammette che forse non ci sarebbero neanche i soldi per mettere a posto tutto, visto che la Serbia continua a vivere in una situazione finanziaria ed economica decisamente al di sotto degli standard occidentali.

Politica ed economia a parte, vedere quel palazzo colpisce anche e soprattutto un occidentale che la guerra non sa neppure cosa sia, che non l’ha mai vissuta sulla sua pelle. Ed è proprio mentre contemplavamo la folle stupidità delle bombe intelligenti che si è avvicinata un’anziana signora. Jovanka avrà più o meno ottant’anni, e la prima cosa che ci dice, in serbo, è: “Che disastro, vero? Io abitavo qui vicino e ricordo gli aerei, le bombe che cadevano, il rumore assordante”. Sara, la ragazza italiana che ha vissuto a Belgrado e che ci accompagna in questo viaggio, le ha spiegato perché eravamo lì e da dove venivamo. La parola Italia ha risvegliato in lei un’altra pagina dolorosa della sua vita e quasi senza respirare, ripetendo a memoria una lezioncina imparata settant’anni fa, ha sgranato il Rosario dei ricordi: “Mi chiamo Giovanna, vengo dalla Dalmazia e sono internata ad Alatri, Frosinone, baracca 43”.

I serbi, i croati, gli jugoslavi in generale, di guerre sono massimi esperti, visto che nel corso dei secoli ne hanno combattute tante, a volte subendole e a volte provocandole. Jovanka viveva nella Dalmazia italiana, e i fascisti di Mussolini se li ricorderà per sempre: “Hanno ucciso mio padre, partigiano, e hanno deportato la famiglia ad Alatri. Ci trattavano come bestie e non ci hanno mai dato nulla”. Gli occhi acquosi da vecchia signora diventano ancora più liquidi. E all’occidentale pieno di sensi di colpa, tra fascismi dei tempi che furono e guerre “umanitarie” di pochi anni fa, viene spontaneo chiedere a Jovanka se è riuscita a perdonare. Lei non fa una piega e risponde indurendo lo sguardo: “Sì, certo che ho perdonato. L’odio è stato la rovina di questo Paese. Bisogna perdonare, certo. Ma non chiedetemi di dimenticare, quello non potrò farlo mai. Se avessi dimenticato quello che è successo allora, sarei impazzita”.

Foto credit: Vincent Urbani www.vincenturbani.com