Dopo le elezioni europee, a dispetto di pronunciamenti e previsioni, il Movimento 5 Stelle ha scelto un instancabile candidato Premier: Tafazzi. Egli, nel suo agire, è stato prodigioso. Ha regalato voti e consensi a Renzi e Salvini. Si è rifugiato in un dorato Aventino mediatico lasciando che la tivù fosse usata da tutti tranne che dai 5 Stelle.

Dopo l’ennesimo cazzotto alle Regionali, come la vecchia Dc, ha detto che in fondo aveva vinto, che l’astensione non li aveva colpiti e che rispetto al 2010 c’era stato un qual certo miglioramento. Poi, per il piacere delle masse, ha ospitato una avvincente riflessione sulla morte di Matteotti, che non è mica stato ucciso da Mussolini (verissimo: morì di raffreddore e poi si percosse da solo per confondere le acque). Infine ha espulso a caso, ma anche ad minchiam, altri due deputati. Esaurita tale mirabile opera di semi-demolizione dell’unica forza reale di opposizione, pare ora che Tafazzi sia stato alfine deposto. Con comprensibile stanchezza e tardiva autocritica, Beppe Grillo ha ammesso che si è un po’ rotto gli zebedei e che è tempo che il Movimento cammini da solo. O quantomeno ci provi. E’ la prima mossa condivisibile da sei mesi a questa parte.

Dei cinque “garanti”, tutti duropuristi di stretta osservanza, due hanno qualità note (Di Maio e Di Battista) e gli altri tre si vedrà. Allo stato attuale, per colpa di cotanto masochismo congenito, la crisi di consensi (e più che altro di risultati) di Renzi resta sullo sfondo. I media si buttano a pesce sull’ennesimo harakiri grillino. E nel frattempo la destra fascistoide lepenista di Jabba The Salv(ini) cresce ancora. Larga parte delle battaglie pentastellate, spesso condivisibili quando non addirittura meritorie, sono rimaste sullo sfondo perché i primi a non comunicarle sono stati proprio loro. Neanche Sacher-Masoch era così masochista (e comunque lui, per quanto si sappia, almeno godeva). Da oggi comincia la fase più difficile – ma era l’unica via percorribile – del Movimento 5 Stelle. La strada non è poi così ardua da affrontare.

1) Continuare l’opera di opposizione. 2) Usare la tivù con furbizia, poco ma bene, mandandoci chi sa farla e lasciando che i Giarrusso e le Lombardi al massimo parlino da soli (e possibilmente poco). 3) Divenire finalmente più scaltri, cioè talora più tattici, smascherando la pochezza titanica e le bugie sistematiche del renzismo. 4) Smetterla di fracassarci i maroni con la lotta tra talebani e dissidenti: all’Italia non frega una beata mazza se a Casaleggio sta antipatico Artini o se Nik Il Nero è indispettito con Pizzarotti. 5) Non lasciare campo aperto a Salvini.

Lo scenario politico italiano è oltremodo avvilente: o Matteo o Matteo, o il Supercazzola o il Lepenino. Roba che, forse, era meglio morire da piccoli (cit). Se il Movimento 5 Stelle vuole lasciare che a giocarsi il futuro di questo paese siano solo queste due forze, implodendo in uno psicodramma tragicomico da Asilo Mariuccia, faccia pure: ognuno abbraccia i nichilismi che può. Qualora ciò accadesse, abbia però la compiacenza di assumersi interamente la responsabilità di una tale colpa. Non esattamente marginale.