Facciamo chiarezza. Altrimenti chi è destinata a risentirne è la qualità del dibattito politico, con la conseguenza che sempre meno gente parteciperà alla vita politica, sia pure nella forma minima e insoddisfacente costituita dal periodico deposito della scheda nell’urna. Come dimostrato in modo evidente dallaffluenza ridicolmente bassa che si è registrata alle elezioni regionali di ieri in Emilia Romagna e Calabria.

A seguito di una polemica alquanto speciosa con Landini, Renzi ha dichiarato di essere di sinistra. Ma è un evidente falso storico. Quella di sinistra infatti non può essere un’etichetta che si appiccica sui vestiti o sulla fronte a seconda delle convenienze del momento, ma deriva dalle scelte compiute e dai valori che si portano avanti. Scelte e valori che nel caso di Renzi non sono per nulla di sinistra. Facciamo tre piccoli esempi.

Uno, il lavoro. A parte la mancetta degli ottanta euro che ha beneficiato solo una parte dei lavoratori del nostro Paese, tutta l’energia del governo Renzi è stata tesa a distruggere le residue garanzie dei diritti sul posto di lavoro, mentre dilaga la disoccupazione anche a fronte del rifiuto di dare vita a una politica industriale degna di questo nome. La precarizzazione che Renzi e Poletti stanno agevolando costituisce di per sé la negazione di ogni diritto del lavoro e quindi contraddice fortemente sia l’art. 1 che l’art. 2 della nostra Costituzione.

Due, l’eguaglianza. La crisi aggrava il fossato esistente tra sempre più poveri, che aumentano sia in numero che in povertà, e sempre meno ricchi che se diminuiscono in numero aumentano sempre più in ricchezza. L’Italia è oggi uno dei Paesi più diseguali di Europa. E nulla ha fatto Renzi per invertire questa sciagurata tendenza, anzi l’ha incoraggiata.

Tre, la pace. La politica estera di Renzi si caratterizza per una piatta subalternità nei confronti degli Stati Uniti. Nessuna iniziativa di qualche rilievo a fronte degli scenari di crisi che si moltiplicano. Gentiloni e Mogherini, per non parlare della Pinotti, sono le controfigure dei comandi Nato (come dimostrato anche dalla vergognosa vicenda degli F-35), mentre Renzi si atteggia sempre più a cagnolino da compagnia della Merkel, tanto è vero che riceve in continuazione gli elogi del governo tedesco (si veda da ultimo il responsabile della finanze della Cdu Norbert Barthle su Repubblica di oggi). Il tutto in una situazione internazionale che presenta rischi crescenti per la pace anche di fronte a una fortissima crisi delle istituzioni internazionali.

Dove sarebbe quindi la natura di sinistra, sia pure moderata, di Renzi? Vero è che Renzi è un uomo di centrodestra che ambisce a rappresentare la “Nazione italiana”. Quest’ultima peraltro è in grave crisi, per la storica inadeguatezza delle sue classi dirigenti, sia politica che economica, le quali non dirigono più granché, dato che la politica economica e sociale è oramai decisa a Berlino e Bruxelles e quella estera a Washington.

Non bisogna quindi stupirsi più di tanto se la gente non va a votare. Essa infatti ha perfettamente compreso che, nell’Eurozona, vige, per dirla con Jean-Paul Fitoussi (Repubblica di oggi) “una strana democrazia”. Secondo la quale i cittadini conservano “il diritto di cambiare governo, ma non di cambiare politica. In altri termini una democrazia di forma ma non di sostanza”.

Ma una democrazia che non sia tale nella sostanza non è una vera democrazia. All’ombra di questa democrazia finta Renzi apparentemente prospera, ma nel vuoto pneumatico delle idee, specie di quelle di sinistra. Con in aumento, assieme all’astensione, solo le pulsioni razziste rappresentate dalla Lega di Salvini. Parafrasando Tacito, si potrebbe concludere che “hanno fatto un deserto e l’hanno chiamato democrazia”. Per fermare la desertificazione della nostra vita pubblica occorre, contro Renzi e Salvini, un rilancio della sinistra su basi unitarie, seguendo gli esempi vincenti della Grecia di Syriza e della Spagna di Podemos.