È successo quello che doveva succedere. In alcuni miei recenti interventi avevo criticato il Movimento Cinque Stelle per alcune sue prese di posizione “morbide”, in particolare l’apertura a trattare su tutto con il Pd, che ha permesso a Renzi di negoziare da una posizione di forza con Berlusconi, e la fine della democrazia diretta e l’inizio di un’esperienza rappresentativa, con l’utilizzo della rete non più come strumento di proposta, dialogo e confronto, ma solo di ratifica di decisioni prese dai portavoce.

Avevo richiamato l’attenzione sull’importanza delle elezioni in Calabria ed Emilia Romagna, perché rappresentavano il primo test dopo le elezioni europee del maggio scorso. In entrambe le regioni il primo dato da rimarcare è un’astensione a livelli record e non accettabili per un sistema democratico. Il fatto che il premier Renzi esulti per una “vittoria” è emblematico della deriva in corso nel nostro paese. In Emilia Romagna, una regione dove il voto come dovere civico era stato una caratteristica fondante, hanno votato il 37% degli aventi diritti. Come riporta il Fatto Quotidiano: “Al di là delle esultanze, a spulciare nelle statistiche del Viminale, emerge uno scenario desolante. Se nel 2010 aveva votato il 67% degli aventi diritto, nel 2005 la percentuale era stata del 76% e nel 2000 del 79%. Pierluigi Bersani nel 1995 divenne presidente di Regione con il 53%: alle urne si era recato l’88% della popolazione. Nel 1990 l’affluenza era stata del 92%”. Il trionfo del partito dell’astensione con il 63% dei consensi nelle elezioni di ieri è un segnale che dovrebbe far riflettere tutti.

In Calabria, dove Beppe Grillo neppure si è fatto vedere, il partito dell’astensione si è fermato al 56%. Ma perché si è votato nelle due regioni? Perché in entrambi i casi gli ex governatori hanno subito condanne dalla magistratura durante i loro mandati. E, nonostante questo, i pochi elettori che si sono recati nelle urne hanno deciso di confermare alla guida il partito di Vasco Errani in Emilia, con la vittoria di Stefano Bonaccini, e hanno scelto in massa il candidato del Pd anche in Calabria, Oliverio. E il Movimento Cinque Stelle, che ha fatto dell’onestà nelle istituzioni il suo cavallo di battaglia e che non aveva migliore occasione di questa? Con la brava e competente Giulia Gibertoni è al 13% in Emilia e in Calabria Cono Cantelmi si ferma al 4%. L’astensionismo è, soprattutto in Calabria, un voto chiaro di chi si è sentito tradito dal M5S, tradito della possibilità di cambiare il paese e, prima ancora, la loro regione.

Ci sarebbero buone ragioni per una riflessione a tutto campo all’interno del M5S, ma, sperando di sbagliarmi, non ci sarà alcuna “analisi del voto”. Invece il primo passo dovrebbe essere proprio quello di prendere atto della sconfitta e analizzarne le cause.

Le cause: In primo luogo, la mancata presenza sul territorio dei portavoce ha creato una scollatura con la base. I meetup devono tornare a essere luogo di incontro dei cittadini per condividere i problemi del territorio e non luogo di scontro delle opposte fazioni dei portavoce presenti nel Parlamento. Com’è del tutto evidente in Calabria, dove si è addirittura sponsorizzato in campagna elettorale il solo candidato alla Presidenza della Regione, ignorando completamente tutta la squadra. Che i portavoce, insomma, tornino ad essere portavoce e non politici di professione.

In secondo luogo, si ripensi completamente alla strategia di presentarsi sempre e comunque alle elezioni se questi sono i risultati in due regioni che hanno in passato, soprattutto la Calabria, manifestato grande consenso al M5s. Cosa volete che facciano una o due persone in un covo di ladroni? Se è già difficile incidere in Parlamento con il 25% dei voti, immaginiamo cosa si possa fare con una presenza simbolica in un consiglio Regionale. Meglio lavorare a contatto con i cittadini fuori dai palazzi.

Se vogliamo evitare la deriva istituzionalista in atto nel Movimento, che certo gli garantirà nel futuro numeri da prefisso telefonico, ma non quelli necessari per cambiare l’Italia, bisogna prendere atto di questa sconfitta. Chi oggi parla di un risultato comunque buono mente a se stesso.

Il tono rassegnato di Grillo nel suo discorso a Bologna e le parole di Alessandro Di Battista, l’anima bella del movimento, che annuncia la sua volontà di non ricandidarsi per un secondo mandato, sono tutti segnali di allarme. Il tempo per ripartire c’è. Molti errori sono stati commessi nella via della rivoluzione della democrazia diretta e si è permesso alla Lega di risorgere e cavalcare il dissenso sociale. Il tempo per ripartire c’è, ma per farlo bisogna immediatamente bloccare la deriva “rappresentativa” iniziata dopo il voto delle Europee di maggio e, soprattutto, rimettere al centro dell’agenda politica i territori e il recupero della maggioranza astensionista dei cittadini.