“Oggi dimostriamo di non avere paura e di non essere stati sconfitti da un gruppo di esaltati con caschi e manganelli”. A una settimana dall’aggressione da parte di neofascisti che ha ferito sei tifosi, l’Ardita, la squadra dilettantistica della quartiere romano di San Paolo-Ostiense interamente finanziata dal basso attraverso l’azionariato popolare, torna in campo. “Giocare è la migliore e l’unica risposta alla violenza subìta“, dice Matteo Coppi il capitano della squadra di terza categoria prima del fischio di inizio della partita contro Shot Cassia sul campo nel quartiere di Pietralata (partita finita 1 a 0 per l’Ardita). Durante l’ultimo incontro un’aggressione squadrista in piena regola. Dopo meno di quarto d’ora dall’inizio della partita contro il Magliano Romano, una decina di macchine si fermano in una via adiacente al campo che ospita l’Ardita, dalle auto scendono una ventina di individui incappucciati che per tre-quattro minuti picchiano i tifosi della squadra di San Paolo. Dopo la violenza, sei supporter finiscono all’ospedale con fratture e ferite mentre i carabinieri di Viterbo fermano nove aggressori vicini agli ambienti dell’estrema destra laziale. A una settimana dall’aggressione, sugli spalti ci sono i tifosi di sempre, quelli che seguono il progetto da quando quattro anni fa, nell’estate del 2011, è nato nel quartiere San Paolo Ostiense. “Non ci faremo intimorire da due teste rotte o braccia fratturate. L’Ardita non è solo una squadra, è un’idea“. “Abbiamo creato un sistema che intacca la connivenza fra calcio e l’estrema destra che a Roma da anni gestisce le scuole, le polisportive e i campi da gioco – spiega Giulio Paparella responsabile azionariato popolare Ardita -. Noi rappresentiamo un pericolo, per questo abbiamo subìto l’agguato domenica scorsa”. “Il calcio è un bacino di voti e un mondo attorno al quale girano tanti interessi, l’Ardita è una squadra popolare, dà fastidio – spiega un tifoso -. Se volevano intimidirci non ci sono riusciti, anche oggi siamo qui a dare sostegno alla squadra”. “Tifare Ardita vuol dire supportare un nuovo modello di calcio, quello popolare che viene dal basso”, spiega una ragazza che ammette di non mettere più piede all’Olimpico per i prezzi proibitivi. “Questo è un modello di aggregazione, potrei tifare Roma, Juve, Milan ma esisterebbero anche senza di me, l’Ardita invece siamo noi”  di Annalisa Ausilio e Luca Pisapia