Se ne stava appoggiato allo stipite della porta, guardando chi passava con aria di sfida. L’ho conosciuto in corridoio Elia. Gironzolava su e giù nel giro di pochi metri, come un’anima in pena. “Chi sei? Non t’ho mai visto” mi ha chiesto appena i nostri sguardi si sono incrociati. Ero nuovo nel “suo” corridoio, non ero ancora classificato, ero una spia della scuola o un possibile alleato?

“Non sei uno dei maestri, vero?”. Elia dice che lui la lezione la ascolta da lì, fuori dalla porta. Dice che seduto dietro al banco proprio non ci riesce a stare, e da lì sente anche meglio, perché il corridoio fa eco alla spiegazione e ne amplifica il volume. La maestra, dopo averlo ripreso molte volte, ha lasciato perdere. Ogni tanto si affaccia per controllare che non sia scappato da una finestra, altrimenti dovrebbe rincorrerlo in strada, ma lui è sempre lì.

Fa qualche metro, poi torna sui suoi passi. Non fugge, ma allo stesso tempo non può stare fermo. Elia ha appena otto anni, e pare avere nel sangue l’indole indomita del viandante ereditata dalla sua tradizione. Sì, perché Elia è un piccolo Rom. Non vive in tende o roulotte però, ma in una casa quasi normale. Ha tre fratelli, ogni mattina suo padre, Francesco, li accompagna a scuola a piedi.

Elia indossa una maglietta fuori moda, con un gruppo che i suoi coetanei non hanno mai conosciuto e che nemmeno lui sa chi siano, si chiamano Spice Girls, anche se il nome slavato si legge appena. Sopra la t-shirt uno smisurato piumino marrone in cui ci starebbe dentro assieme a tutti e tre i suoi fratelli. Al sorriso di Elia manca un dente da latte, proprio sotto al naso, e quando ride gli si vede la lingua. Dalla pelle oliva si direbbe un piccolo indiano del Kashmir.

Nella sua classe ci sono ventinove bambini. La maestra non ha la possibilità fisica di parlare e passare un po’ di tempo con i bambini irrequieti (che sono molti di più di quelli che ci si possa immaginare). Lei, come le sue colleghe, è da sola contro un piccolo esercito di marmocchi, e l’unica soluzione che il sistema scolastico le lascia per evitare l’esaurimento nervoso è lasciar perdere chi non si integra nel gruppo e cercare di dare qualcosa almeno agli altri. Elia sa di essere uno zingaro, ma non sa bene cosa vuol dire, e forse non lo so nemmeno io.

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Elia è italiano a tutti gli effetti, i suoi genitori sono italiani, i suoi nonni erano italiani. I Rom vivono in Italia dal Medioevo, insomma da molto prima delle famiglie di molti che vorrebbero cacciarli via. Da quando le città si sono ampliate a dismisura, sono nate le industrie e i campi coltivati hanno riempito tutti gli spazi vuoti d’Europa, gli zingari hanno perso anche l’ultima loro peculiarità, il nomadismo. Se non ci sono più terreni di tutti, ma tutto ha un proprietario, come si può essere nomadi?

E così si sono stabiliti soprattutto in Spagna, in Francia, e alcuni anche in Italia. Ma tutto questo Elia ancora non lo sa. Elia sa solo che alcuni compagni lo prendono in giro dicendogli che è uno sporco zingaro. Elia obbliga suo babbo a fargli sempre la doccia prima di andare a scuola, ma quelli lo chiamano “sporco zingaro” comunque, anche quando i suoi capelli profumano di shampoo Pantene.

Non ho mai capito perché prendersela con gli zingari non è considerato politicamente scorretto come prendersela con i neri o gli ebrei. Durante il nazismo furono sterminati oltre mezzo milione di zingari eppure oggi fare un commento razzista contro i gitani non ha la stessa reazione di sdegno che ha il farlo contro gli ebrei. Da quando arrivarono nel Medioevo fino ad oggi l’accoglienza destinata a rom e sinti non pare essere cambiata molto.

Continuano a pesare sulle loro spalle molti falsi miti, come quello che gli zingari rapiscono i bambini. Ci ride sopra Francesco «ho già tre figli, mi dovrei pure portare a casa quelli degli altri?». Elia non ha mai rapito suoi compagni di classe, non si è mai intrufolato in un appartamento per rubare degli orecchini e non sa nemmeno suonare la fisarmonica. Eppure non riesce a stare in classe. Non può stare fermo in un banco a sentire i compagni che lo prendono in giro. E non è colpa della maestra e nemmeno dei suoi compagni, che hanno appena otto anni.

Loro ripetono solo quello che sentono dire a casa. Gli insulti pronunciati dai genitori e sentiti in televisione. Elia vive da nomade nella sua città. Nomade in un corridoio. Sta cercando il suo posto, un banco in cui sedersi e sentirsi al suo posto accanto agli altri. E intanto gira su e giù, per il corridoio e guardare chi arriva chiedendogli «Chi sei?».

Lo scrittore Bruce Chatwin in “Anatomia dell’irrequietezza” cita una frase della Bibbia, del profeta Geremia che dice «Abiterete nelle tende tutti i giorni, perché possiate vivere a lungo sulla terra, dove vivete come forestieri»