Dalla notte dei tempi gli esseri umani sono abituati ad ammirarle, e al tempo stesso temerle, mentre incendiano il cielo con le loro lunghe code luminose. D’ora in poi potranno anche osservarne l’orizzonte dalla superficie di ghiaccio e polvere. Nel centro di controllo dell’Agenzia spaziale europea (Esa) a Darmstadt, in Germania, gli scienziati faticano a trattenere la gioia. L’atmosfera di entusiasmo ricorda le storiche missioni lunari “Apollo” degli Anni ’60. Ore 17.03, in perfetto orario rispetto alla tabella di marcia, per la prima volta l’uomo è sbarcato su una cometa, la 67P/Churyumov-Gerasimenko. Alcuni scienziati, nell’euforia del momento, hanno pure paragonato il momento dello sbarco al primo bacio.

“Siamo tutti molto eccitati – commenta Matt Taylor, project scientist della missione Rosetta -. I miei figli pensano che il loro papà è “cool” perché lavora su Rosetta”. Un grande balzo in avanti nell’esplorazione delle origini del Sistema solare. Un momento atteso da 10 anni, tanto è durato il rocambolesco viaggio della sonda Rosetta all’interno del nostro sistema planetario. Un viaggio di 6 miliardi e mezzo di chilometri, pieno di carambole tra la Terra e Marte, con un lungo periodo d’ibernazione prima dell’incontro con la cometa, lo scorso agosto.

Un lungo viaggio durato 10 anni percorrendo 6 miliardi e mezzo di chilometri pieno di carambole tra la Terra e Marte

Ma gli istanti più lunghi sono stati gli ultimi, i 28 minuti e 20 secondi che ha impiegato il segnale per viaggiare attraverso i 500 milioni di chilometri che separano la superficie della cometa dal centro di controllo della missione, e comunicare alla Terra che il lander Philae, sganciato stamane dalla sonda madre, era sbarcato. Grande più o meno come una lavatrice, Philae – che porta il nome, scelto da una ragazza italiana, di un’isola lungo le rive del Nilo in cui fu ritrovato un obelisco che aiutò gli archeologi, insieme alla stele di Rosetta, a decifrare i geroglifici egizi – è il primo messaggero umano a toccare il suolo di uno di questi fossili del Sistema solare vecchi più di 4 miliardi e mezzo di anni. 

             

Un traguardo salutato con euforia anche dal nostro Paese, nella sede dell’Agenzia spaziale italiana (Asi), dove è stata seguita in diretta, non senza qualche apprensione, la lenta discesa di Philae (la ricostruzione in un video dell’Esa). Più di sette ore per coprire i 22 chilometri e mezzo che lo separavano da quella palla di neve sporca che è la cometa. L’Italia ha un ruolo importante nella missione. È “made in Italy”, ad esempio, il trapano – realizzato da Galileo Avionica e di cui è responsabile scientifico Amalia Ercoli Finzi, del Politecnico di Milano – che dovrà perforare la superficie di questo nuovo mondo, per dirci com’era fatto il Sistema solare ai suoi albori.

“È un momento atteso da più di vent’anni – afferma Roberto Battiston, presidente dell’Asi -. Si tratta di una prima assoluta, con l’Italia che fa da capofila, grazie a strumenti tecnologicamente avanzati per analizzare le polveri della cometa, e penetrare, per la prima volta, al di sotto dello strato del suolo battuto dal vento solare. Potrebbero esserci interessanti sorprese – spiega lo studioso italiano -. Potremmo, infatti, scoprire tracce utili a ricostruire la formazione del Sistema solare, e forse anche a capire com’è arrivata la vita sulla Terra”.

L’impatto di Philae non è stato tanto dolce come previsto, malgrado la bassa gravità cometaria e un sistema di arpioni per consentire al lander di restare ancorato al nucleo della cometa. Alcuni problemi al lander han fatto temere il peggio: c’era il rischio che Philae rimbalzasse via sulla superficie. Le probabilità di successo erano stimate intorno al 70-75%. “Abbiamo avuto alcuni problemi con il lander nelle ore precedenti al suo distacco dalla sonda madre. Ma – spiega Paolo Ferri, a capo delle operazioni della missione -, abbiamo deciso lo stesso di dare il go”. Altre difficoltà eran rappresentate dalla forma stessa della cometa, molto irregolare con due grossi lobi, che gli astronomi hanno paragonato a una papera o a una scamorza, e al fatto che si muove a una velocità di 18 chilometri al secondo, compiendo una rotazione completa su se stessa ogni 12 ore e mezza.

“Potremmo scoprire tracce utili a ricostruire la formazione del Sistema solare, e forse anche a capire com’è arrivata la vita sulla Terra”

“Non era il posto ideale in cui sbarcare – spiega Andrea Accomazzo, Direttore delle operazioni di volo di Rosetta -. Inoltre, non potevamo modificare direttamente la traiettoria del lander durante la discesa. Questa era la parte che mi preoccupava maggiormente”. Philae, infatti, non ha una propulsione propria. Bastava, quindi, una piccola imprecisione nel suo rilascio per compromettere la missione. “Dovevamo essere anche un po’ fortunati – aggiunge Accomazzo -. Se il lander avesse, infatti, toccato la superficie della cometa in prossimità di una roccia o qualcosa di simile, non ci sarebbe stato nulla da fare”.

Per tutte queste ragioni, la scelta del sito di sbarco, avvenuta a settembre, è stata molto scrupolosa. Il luogo esatto, identificato inizialmente come “Sito J” e successivamente battezzato Agilkia – come l’isola del Nilo su cui fu trasferito il complesso dei templi di Philae, dopo l’inondazione dovuta alla costruzione della diga di Assuan -, si trova sul lobo più piccolo, in una posizione in cui le condizioni d’illuminazione sono ottimali, consentendo a Philae di ricaricare le proprie batterie a pannelli solari nelle ore di luce, e raffreddare i sistemi di bordo in quelle di buio.

La sonda, grazie alle sue fotocamere, ha già iniziato a scattare le prime immagini ravvicinate della cometa nel corso della discesa, durante la quale ha anche raccolto campioni di polveri, gas e plasma nei pressi della superficie cometaria e misurato il suo campo magnetico. Ma gli esperimenti scientifici veri e propri si svolgeranno nelle 60 ore successive allo sbarco, e nelle speranze degli studiosi anche per i prossimi tre mesi (video degli esperimenti di Philae sulla cometa). In questo intervallo di tempo Philae immagazzinerà, ad esempio, i dati sulla composizione chimica della cometa, alla ricerca di possibili “mattoni elementari” della vita, come gli amminocacidi, i costituenti delle proteine.