La Camera dei deputati consuma un terzo dell’intera città di Torino. Il ramo del Parlamento presieduto da Laura Boldrini dal bilancio consuntivo 2013 – tra luce, gas e acqua, spende oltre 6 milioni di euro l’anno. Una cifra che, moltiplicata per i cinque anni di legislatura, supera i 30 milioni di euro. A far lievitare i costi è la bolletta della luce, un salasso di 5 milioni di euro ogni 12 mesi. A seguire c’è la spesa del gas, un milione, e infine quella dell’acqua, 275mila euro. E non è tutto. Al già salato conto bisogna aggiungere la manutenzione per gli impianti elettrici, termoidraulici e di condizionamento, che ammonta a 2,5 milioni di euro l’anno. In pratica, palazzo Montecitorio – e sedi annesse – è come un grande quartiere che assorbe 20 milioni di kilowatt, 4 milioni di metri cubi di gas all’anno e 600 metri cubi di acqua al giorno. Eppure, nonostante lo spreco, le spese non calano, segno che la casta, non proprio in linea con la spending review, continua a godere di sana e robusta costituzione. Basti pensare che il consumo pro capite degli inquilini di questa enorme struttura energivora – circa 2mila persone tra dipendenti e deputati – equivale a 4.500 euro ogni anno.

L’ultimo spenga la luce
L’unica traccia di risparmio visibile sembra essere rappresentata da un foglio di carta affisso in alcuni bagni con sopra scritto “si prega di spegnere la luce dopo l’uso del servizio”. Ma, paradossi a parte, per meglio rendere l’idea della somma complessiva, occorre qualche comparazione. Per dire, la spesa stimata per l’illuminazione pubblica (consumi elettrici e manutenzione) del comune di Torino è di 15 milioni di euro. Oppure – per mantenere le proporzioni – c’è Viganò, paese della Lombardia, con una popolazione di poco più di 2mila abitanti, che spende un milione e mezzo all’anno per far quadrare i conti complessivi del municipio: esattamente un quarto di quanto viene sborsato per alimentare gli edifici della Camera. E ancora, per fare un altro esempio, scendiamo in Sicilia dove il discorso non cambia. Il comune di Merì, in provincia di Messina, con 47mila euro riesce a illuminare tutto il paese. Mentre le bollette energetiche della Camera somigliano molto più a quelle di un comune di 200mila abitanti che, con sei milioni di euro, fornisce luce a scuole, impianti sportivi, chiese e uffici comunali. Per dare una idea, Modena – 180mila abitanti – spende un po’ più di 2 milioni l’anno in illuminazione pubblica. Bari – 320mila abitanti – oltrepassa i sei milioni. Ma se da Comune a Comune contano anche dimensione del territorio e rete stradale, nel caso di Montecitorio il problema, in sostanza, è quello di un sistema energetico dispersivo, costituito da impianti obsoleti che non generano risparmi. Le luci sono sempre accese ovunque anche in piani dove non transita nessuno: i pomposi lampadari hanno decine di punti luce ciascuno.

La proposta dei Cinque Stelle
Passando dall’analisi alla proposta, tra le ipotesi su come ridurre bollette così costose, ce n’è una che giace nei cassetti degli uffici dei Questori. È dei 5 Stelle. In una lettera indirizzata alla presidente Boldrini, i deputati del Movimento di Beppe Grillo chiedono di ridurre i consumi, puntando sull’uso delle energie rinnovabili. “La Camera dei deputati – spiega Riccardo Fraccaro, segretario dell’Ufficio di Presidenza – è alimentata con sistemi datati e impianti fatiscenti e la nostra proposta è di razionalizzare i consumi e trasformare Montecitorio in una struttura eco-sostenibile”. Secondo i cinque stelle quest’operazione non comporterebbe alcun costo ma, al contrario, genererebbe un risparmio. “Potremmo stipulare – aggiunge il deputato pentastellato – una convenzione a titolo gratuito con il Gse (Gestore dei Servizi Energetici) la società pubblica che si occupa di promuovere l’energia rinnovabile, iniziativa già intrapresa dal Senato, Quirinale e Corte costituzionale. Così facendo stimiamo risparmi e nuovi posti di lavoro”.