Obama ha ragione: i prezzi delle case tornano a salire, il mercato è in ripresa e le aziende continuano ad assumere – scriveva il Washington Post il 31 ottobre – siamo nel più lungo periodo di crescita ininterrotta dell’occupazione nella storia“. Qualcosa però è andato storto: se la locomotiva a stelle e strisce procede spedita verso l’uscita dal tunnel della crisi, gli americani non sentono ancora di essere saliti a bordo. E’ la cronaca di una sconfitta annunciata quella del primo presidente nero della storia degli Stati Uniti nelle elezioni di medio termine 2014, nonostante gli indicatori economici siano tutti dalla sua parte. Quello celebrato martedì in 40 Stati dell’Unione stato un referendum sull’operato di un presidente giudicato incapace di migliorare la situazione di una classe media che non sente ancora gli effetti benefici della ripresa.

L’economia è tornata a crescere…
E’ stato il presidente che ha dovuto affrontare la peggiore crisi economica della storia, Barack Obama, e che è riuscito a tirar fuori il suo paese dalla palude e a rimetterlo in cammino. Nel terzo trimestre il tasso di crescita degli Stati Uniti è stato del 3,5%, nel secondo aveva toccato il 4,6%. In un solo anno sono stati creati 2,6 milioni di nuovi posti di lavoro, con il tasso di disoccupazione che è sceso dal 7,2% al 5,9%. L’economia cresce sulla scia dei consumi e degli investimenti aziendali (+5,5%, dopo il +9,7% registrato nei tre mesi precedenti). Il governo non ha nessun problema nel tenere sotto controllo il rapporto defict/Pil e il costo della benzina è ai minimi da anni. Ancora: la riforma sanitaria – da sempre al centro degli attacchi dei repubblicani – inizia a funzionare, tanto che il Gop aveva rinunciato a farne argomento di campagna elettorale.

…ma la classe media non risente dei benefici
Tutto questo non è bastato. Gli americani non si sono fidati, perché gli effetti della crescita sui loro portafogli non si sono fatti sentire. Il problema è che “dalla crescita economica hanno tratto vantaggio soprattutto le persone molto ricche – scrive ancora Max Ehrenfreund sul Washington Post – mentre i salari e il reddito mediano crescono a fatica. La classe media sta peggio oggi di quando Obama è entrato in carica. Solo il 42% degli americani approva la gestione dell’economia da parte del presidente, secondo l’ultimo sondaggio di Washington Post-Abc News“. E’ stata questa la principale colpa di Barack Obama in ambito economico: nonostante le promesse sciorinate dopo il secondo trionfo nelle presidenziali,  poco o nulla è riuscito a fare per la classe media, che ha visto diminuire il proprio reddito reale e aumentare i costi di gestione della famiglia. D’altra parte i repubblicani, che controllavano già la Camera dei Rappresentanti, sono stati bravi (politicamente parlando) nel bloccare i provvedimenti che nelle intenzioni dei dem avrebbero dovuto portare ad un aumento delle retribuzioni e del salario minimo, ad estendere le tutele per i disoccupati e a stimolare gli investimenti pubblici nelle infrastrutture. I prodromi del ko erano chiari già ai primi di ottobre, quando la fiducia degli americani sulle capacità del presidente di gestire l’economia era ai minimi storici: solo il 24% degli intervistati in un sondaggio della Cnbc si diceva “estremamente o abbastanza soddisfatto” sui risultati ottenuti dal presidente. Un crollo rispetto al già non entusiasmante 33% del gennaio 2013, quando però la situazione economica era oggettivamente più incerta.

Un presidente “indeciso a tutto” in politica estera
L’immagine che resterà, almeno finora, dell’ultima parte del secondo mandato di Obama è quella del presidente che gioca a golf sull’isola di Martha’s Vineyard, nel Massachussetts, a poche ore dalla decapitazione del reporter statunitense James Foley da parte dello Stato Islamico. E’ il modo che il presidente ha scelto per dimostrare ai terroristi che l’America non ha paura, si disse allora. Ma proprio grazie a quella immagine i repubblicani hanno avuto gioco facile nel tratteggiare la figura di un presidente indeciso a tutto in politica estera, poco reattivo nel mettere in piedi le strategie necessarie ad affrontare le tre grandi questioni internazionali che hanno caratterizzato il 2014: la nascita e l’espansione del Califfato islamico in Siria e in Iraq, la crisi tra Russia e Ucraina e l’epidemia di Ebola che in Africa ha ucciso oltre 4.000 persone, minacciando anche l’Occidente. Così il presidente è finito sotto il fuoco dei repubblicani, ma anche dei suoi ex ministri della Difesa come Leon Panetta (che ha puntato il dito contro il ritiro dall’Iraq e l’incapacità del governo di raggiungere un accordo complessivo con le autorità di Baghdad sulla presenza militare all’indomani del ritiro), Robert Gates (secondo cui la principale colpa di Obama è stata quella di voler “andare via dall’Afghanistan” a tutti i costi) e di Hillary Clinton, da più parti indicata come candidato dem alle presidenziali del 2016 e abile nel prendere le distanza da un Obama in caduta libera nel gradimento degli americani.

Lo scenario: cosa può fare Obama da “anatra zoppa”
Da settimane alla Casa Bianca si lavora sui decreti che potrebbero essere varati dal presidente per far avanzare il suo programma senza l’appoggio del Congresso, ricorrendo ai suoi poteri esecutivi. Ma si guarda anche ai possibili compromessi con il Gop per espandere il commercio, ridurre le tasse, costruire nuove infrastrutture. Certo, per un presidente che ha perso il sostegno popolare e non è riuscito a realizzare gran parte della sua agenda da quando è stato rieletto nel 2012, ci sono poche speranze. D’altra parte, però, entrambe le parti potrebbero avere maggiori incentivi a stringere accordi, almeno prima dell’inizio della campagna elettorale per le presidenziali del 2016. Obama appare intenzionato a continuare ad esercitare il suo potere esecutivo per far avanzare le politiche democratiche in tema di cambiamenti climatici, immigrazione, energia, diritti degli omosessuali e questioni economiche. Per esempio, dopo le elezioni il presidente potrebbe annunciare una revisione unilaterale delle leggi sugli immigrati, rendendo più facile rimanere nel Paese per i milioni di persone che si trovano illegalmente negli Usa.

Ko democratico, possibile “boost” per il Ttip
La sconfitta di Obama e la perdita del Senato potrebbe favorire la chiusura della trattativa con Ue sul Trattato Transatlantico sul commercio e gli investimenti, anche se per il momento tra Washington e Bruxelles rimangono distanze su diversi punti, a partire dagli standard sui prodotti agricoli e alimentari. I primi ad opporsi all’intesa sono gli stessi i democratici: se per Obama la nascita del mercato di libero scambio più grande al mondo (formato dai Paesi che producono il 47% del Pil mondiale) aumenterà l’occupazione e farà crescere le esportazioni, i dem temono che il trattato possa avere un impatto negativo sul numero dei posti di lavoro e sui salari dei lavoratori. Ora, per paradosso, il ko potrebbe accelerare la formazione di un’asse tra Obama e gli avversari repubblicani proprio sul Ttip, che dovrebbe entrare in vigore nel 2015. In questo modo il presidente raggiungerebbe un duplice obiettivo: da un lato potrebbe ridimensionare l’opposizione interna e dall’altro rafforzare i rapporti e la propria posizione con i partner stranieri.