cover alteraGli Altera, band genovese attiva dal 1996, per il loro modo d’intendere e fare musica, fanno parte di una tradizione di meravigliosi disadattati, artisti inclassificabili perché diffidenti nei confronti dell’arte e dell’umanità in generale ma che, allo stesso tempo, ne sono i loro cultori più devoti. ‘Altera’ è una sorta di vascello che si ostina a resistere in mare aperto, nonostante vicissitudini e tempeste, tra cambi di formazione, ripartenze obbligate e un’attitudine naturale a progetti complessi e articolati, che spesso vanno ben oltre la musica. ”Noi definiamo questa peculiarità del trasformare le poesie in canzoni, spesso improvvisando sul momento, come fanno i jazzisti, ‘poesia elettrica’ – raccontano –. Ma una definizione che ci è stata affibbiata, ‘rock testimoniale’, ci pare azzeccata, per l’altra parte del nostro percorso, legata all’urgenza di rappresentare in musica, a modo nostro, eventi, storie e fatti della società civile, dalle voci spesso inserite al posto di parti del cantato”. I love Freak la loro ultima fatica, è un disco d’amore e d’amicizia, che racconta la storia di un fan (il cantante Stefano Bruzzone) del compianto Freak Antoni, che con le prime band cantava brani degli Skiantos. “Poi l’ho conosciuto, sono nati gli Altera e sono iniziate le prime collaborazioni con Freak. Nel tempo è cresciuta e si è consolidata un’amicizia che ha messo in secondo piano la musica e l’artista, visto il valore dell’uomo e l’affetto per Roberto. Chi poteva prevedere che il rocker adorato da ragazzo, dormisse un giorno nel lettino per gli ospiti dell’ingresso di casa?”. La canzone che fa da traino a questo disco, Par-Lamento, è anche l’ultima che Freak Antoni ha registrato in vita. Un regalo agli Altera meraviglioso e avvelenato. Qui di seguito l’intervista a Stefano Bruzzone, frontman della band genovese.

Stefano, mi parli del vostro nuovo disco I Love Freak?
I love Freak è un disco d’amore e d’amicizia, racconta la storia di un fan di “Freak”, il sottoscritto, che con le prime band cantava Sono contro, Eptadone, Non voglio più degli Skiantos. Poi l’ho conosciuto, sono nati gli Altera e sono iniziate le prime collaborazioni. La musica, nonostante alcuni momenti importanti, resterà in secondo piano fino alla scomparsa di Roberto. Senza pensarci, ci siamo messi a suonare cose sue o altre fatte insieme, per tentare di diluire per quanto possibile la sua assenza. La musica torna a riprendersi il suo spazio. Decidemmo di bloccare un disco già terminato, Italia sveglia pt.2, per realizzare un progetto dedicato a Freak, dove riversare tutto ciò che è stato per noi e tutto l’affetto possibile. I love Freak nasce dal basso, insieme alle tante persone che lo hanno amato davvero, attraverso il sostegno diretto del pubblico, proprio come sarebbe piaciuto a lui, tramite il crowdfunding, su Musicraiser, in collaborazione con il MEI: l’idea di un disco coprodotto con chi seguiva Freak e noi, ci pare l’unico approdo possibile. Con grande gioia ce la facciamo. La musica è tornata: il lontano fan di Freak Antoni si ritrova in varie occasioni a cantare dal vivo Paese scarpa con gli Skiantos, nello spazio che era ‘abitato’ proprio da Roberto. Alla fine del viaggio, in questa storia che mette insieme tanti pezzi di vita, la musica si riprende a forza il suo spazio e va a chiudere il cerchio. È una bella storia.

Era inevitabile intitolarlo I love Freak
Il titolo è un riferimento, una variazione della spillona che portava Roberto nell’ultimo periodo, quella con la scritta “I love Satie”. È molto semplice, chiarisce tutto immediatamente, specialmente l’affetto per Roberto. Anche l’associazione bolognese creata da familiari e amici, ha poi scelto successivamente qualcosa di analogo, “We love Freak”.

Mi racconti come è avvenuto l’incontro con Freak Antoni? Come è venuta fuori poi l’idea della collaborazione?
Prima da fan al suo spettacolo Non c’è gusto in Italia ad essere intelligenti, poi sono nati gli Altera, che agli inizi dal vivo suonavano Paese scarpa e lui è stato una presenza “saltuariamente costante”: il live genovese di presentazione del 1° album Livida speranza, nel marzo 1997, lo vedeva come “special guest”; fu ospite in Canto di spine nel 2001, facemmo alcuni concerti insieme a dir poco straordinari, uno nelle Cave di marmo di Carrara, con anche Franz Di Cioccio, fu memorabile; organizzammo per lui uno show unico nel 2008, a Genova, prima in veste di “giornalaio” in un’edicola nel centro e poi da una finestra del palazzo dove abito, sotto un diluvio impossibile: un’immagine di quell’evento è oggi la cover di I love Freak.

Con il brano Par-Lamento siete giunti alle fasi finali delle Targhe Tenco.
Par-lamento è venuta fuori dal nulla, in sala prove, in un classico momento di “cazzeggio”. Il testo spesso viene equivocato, lungi da noi la malsana idea di “sodomizzare un parlamentare”, per carità. Anche se il pensiero talvolta è andato verso Sacconi, uno dei soggetti a mio avviso più nefasti della politica nostrana dell’ultimo decennio. È un modo ironicamente agro di evidenziare come la misura sia colma oltre ogni limite. Dopo qualche tempo è arrivata l’intuizione di inserire nel testo la citazione di Paese scarpa degli Skiantos (“Cosa pretendi da un paese che ha la forma di una scarpa”), a nostro avviso una delle canzoni fondamentali e misconosciute della musica italiana, da lì il chiedere a Freak di fare se stesso il passo fu breve. A lui l’idea piacque molto e accettò con entusiasmo, voleva a tutti i costi anche partecipare al videoclip ma non ce ne fu il tempo. Mai avremmo pensato che sarebbe stata l’ultima canzone che ha registrato nella sua vita. Senza questa canzone il progetto I love Freak non sarebbe mai nato.

Nei vostri testi si parla molto di politica e politici. C’è qualcuno che vi piace?
Assolutamente e purtroppo no. Son capitati e capiteranno accenni di interesse verso qualcuno che finirà inevitabilmente fagocitato e stravolto dall’apparato. Oggi guardo la Fiom e Landini, sul domani non ho aspettative. L’ultima infatuazione fu Zapatero. Per essere franco penso che l’unica soluzione per questo paese sia candidare leader politici svedesi, tedeschi, francesi, spagnoli e far votare gli europei. “Ogni popolo ha il governo che si merita”, disse d’altronde Churchill.

La musica secondo te svolge correttamente – oggi – la propria funzione sociale?
La musica oggi, o meglio, il rapporto o il consumo della stessa, mi paiono francamente indefinibili. Mi son trovato a conoscere ragazzi di 25 anni che non sono mai stati a un concerto (solo discoteche e dj set) e non hanno la benché minima intenzione di vederne uno. I centri sociali sono una storia a parte. Credo che la musica oggi, per quanto principalmente “pilotata”, quantomeno nel cosidetto “mainstream”, svolga una certa funzione sociale solo per certe nicchie, talvolta anche consistenti, ma legate ad ambienti e settori specifici della società italiana.

Insomma, cosa ci si può aspettare dal paese a forma di scarpa?
Francamente, niente. Solo cercare i propri simili, continuare ostinatamente a gettare semi, testimoniare, fare ciò che sentiamo “proprio dovere”, ci pare l’unica via praticabile e ragionevole, come musicisti e come esseri umani. E poi parlare, trasmettere parole e pensieri delle persone straordinarie ed imprescindibili, nei loro ambiti, di questo paese, quelle che mancano terribilmente: Pasolini, Pertini, Alda Merini, don Gallo, “Freak”, naturalmente.