Clem Sacco, Ghigo, Johnny Mondo, Brunetta (non l’ex ministro di Forza Italia ma la toscana Mara Pacini), ma anche Mina che si faceva chiamare Baby Gate e cantava “Splish splash”, Ricky Gianco che era ancora Ricky Sanna, Fausto Leali alias Fausto Denis, Giorgio Gaber che suonava con la “sua” Rolling Crew o con i Cavalieri, Adriano Celentano e Little Tony che erano già Celentano e Little Tony. Questa è solo la punta dell’iceberg delle decine di cantanti italiani che sul finire degli anni cinquanta scavalcarono il guado del canto melodico e approdarono alla musica del diavolo, il rock and roll. Per fare ordine, e ascoltare con piacere un pezzo di storia della musica italiana, la Saar Records, storica etichetta milanese fondata da Walter Guertler nel 1948 e che di quei rockers nostrani curò la selezione e il lancio, ha pubblicato “L’Italia è come un rock”: 88 brani suddivisi in 4 cd, con tutti i primi “cantimportatori” della musica Usa in Italia tra il 1956 e il ’62.

“La nostra casa discografica nacque come Celson nel ’48 principalmente come importatrice di album jazz dagli Usa quando in Italia ancora non si era creato un mercato ben specifico”, spiega al fattoquotidiano.it, Boris Guertler, figlio del fondatore Saar, “dal 1950 è diventata Saar e ha registrato diverse hit dell’epoca come “Come Prima” di Tony Dallara nel ’57 che vendette la bellezza di 300mila copie. Poi è attraverso l’etichetta Jolly dal ’58 che iniziano gli anni del rock all’italiana portati al successo da noi”. Ecco allora nascere gli emuli più o meno diretti di Elvis che confezionano o brani in italiano con una ritmica simile alle matrici d’oltreoceano, o addirittura cover come la Jailhouse Rock di Celentano sugli accordi di Elvis, Lucille di Little Richard reinventata guarda caso da un altro Little, il più romano Tony, e un Rock around the clock di Bill Haley & His Comets ripreso niente di meno che da Renato Carosone. “Fu un’impetuosa sottomissione al nuovo stile americano, comprensiva di un imprudente tentativo di abiura da quella tradizione melodica che ha radici profonde e solide nel melodramma e nel repertorio napoletano”, scrive Michele Bovi nel prezioso volume che accompagna il cofanetto Saar, “salvo un paio di importanti eccezioni ci troviamo di fronte a tutti esecutori di garantito talento che però risultano poco convincenti o nemmeno molto convinti della materia in cui coraggiosamente e appassionatamente si applicano”.

I discografici ordinavano e i più arditi e ribelli eseguivano divertendosi come pazzi, per poi tornare per quasi tutti, al pop italiano anni sessanta, che oltretutto è finito per diventare un must inarrivabile della canzone italiana. Così ascoltando Gino Paoli con i Cavalieri (sul cd 2) cantare “Chiudi” o Luigi Tenco (che si faceva chiamare Gigi Mai) che canta “Ieri” (Cd1), Tenco che con Paoli in quegli anni suonava nelle medesima band I Diavoli del Rock, ci fa capire perché l’esperimento fosse più moda di quegli anni, e divenisse inevitabile trovare un’altra strada, e che strada, con “Il cielo in una stanza” per l’uno e “Vedrai, vedrai” per l’altro. Cartina di tornasole ancor più tecnica è l’uso del sassofono nei complessini dell’epoca: ci sono esempi di alta levatura (“Dubbi” di Gianco e Jannacci – cd1), ma anche assoli che derivano direttamente dal liscio (“Una fetta di limone” eseguita dal sax alto Ely Neri e cantata da Vic Dasiano). Al fenomeno musicale si accompagnavano anche l’organizzazione di eventi di assoluta novità come il primo Festival del Rock al palazzo del ghiaccio di Milano nel ’57 o le gare acrobatiche di rock and roll dove Guertler scoprì Celentano che nella raccolta dei 4 cd è presente con “Il tuo bacio è come un rock”, “Il ribelle”, “Rock matto”.

Il fenomeno rock in Italia ebbe la febbre emulativa altissima per un quadriennio e poi tutto tornò nella norma, eccezion fatta per Little Tony, Celentano e Ricky Gianco che di quegli inizi ne vanno comunque fieri e per due autentici cicloni rock, poi rimasti più o meno fedeli per tutta la vita al genere: Ghigo (Arrigo Riccardo Agosti) e Clem Sacco. Quest’ultimo, milanese ma originario di Il Cairo, genuino e mai a riporto delle hit Usa, riscrive di getto strofe “tumultuose”, spesso censurate dalle radio e dalle tv, ancora oggi ad 80 anni portate grintosamente sul palco, che con “Oh Mama, voglio un uovo alla coque” segna l’apice del rock italiano di quel breve eppur brioso periodo. “Anche la Saar che nel 1960 aveva vinto Sanremo con “Romantica” ha poi preso altre strade”, conclude Bruno Guertler, “contribuendo a scoprire talenti come Vasco Rossi, portando in Italia per prima i cantanti francesi della Barclay come Francoise Hardy. Oggi abbiamo a disposizione tutte le nostre registrazioni sia per iTunes che in vinile e le richieste sono tantissime”. I tempi cambiano, ma la passione per il rock non tramonta mai.