L’amica: “Non è meglio se ti vesti da militare?” Junior: “Perché?” Lei: “Affinché tua mamma ti voglia bene” Lui: “Vado da mia nonna a farmi lisciare i capelli”. Quattro battute per un film, e che film: Pelo Malo (“Brutti capelli”), diretto dalla venezuelana Mariana Rondón, nelle nostre sale con la piccola e benemerita distribuzione Cineclub Internazionale. Protagonista Junior (Samuel Lange, super), nove anni, orfano di padre, capelli ribelli, ovvero ricci, riccissimi.

Ebbene, quel che Wallace avrebbe definito “il ragazzo dai capelli strani” ha un problema tricotico-esistenziale: i capelli li vuole stirare, li vuole lisci, come un cantante pop che si rispetti. Desiderio innocente, ma rivelatore: qual è l’identità sessuale di Junior? La madre, Marta (Samantha Castillo) è preoccupata, lo porta dal medico, lamenta l’esistenza di “una coda” che lo renderebbe, appunto, strano, diverso. La coda non c’è, ma Marta ritorna dal medico, chiede ancora che c’ha il suo Junior, vuole sentirsi dire che è normale o, forse, non vuole? Ebbene, Junior è “normale”, anche se Marta non lo tocca – sì, anche il pisellino – come fa con l’altro figlio, un neonato, il suo Bebè: è forse questo, dottore, il problema? Macché, piuttosto – il consiglio – Marta dovrebbe farsi un compagno, per mostrare a Junior che l’amore tra uomo e donna è possibile. Lo farà? Chissà, ma più Junior cerca di lisciarsi i capelli (con ogni mezzo), più Marta ne rifiuta il comportamento, anzi, rifiuta lo stesso figlio: se ne uscirà mai?

Pluripremiato in mezzo mondo, designato Film della Critica dal nostro Sindacato Critici, Pelo malo non solo porta sullo schermo un passo a due madre-figlio (an) affettivo quanto inedito, ma lo fa senza perdere di vista il contesto sociale, anzi: siamo a Caracas, Venezuela, tra casermoni tutti uguali, criminalità a piede libero e soldi che non ci sono, mentre i seguaci di Chavez – eravamo ad agosto 2011 – si rasano a zero i capelli per solidarietà con il presidente sotto chemio. Insomma, in questo film c’è quasi tutto, e le analogie si sprecano: un film Bellissimo, perché del viscontiano Bellissima ha il rapporto madre-pargolo, l’aspirazione allo showbiz a parti invertite e, appunto, la capacità paradigmatica, quella di estrarre una relazione che valga per l’intera società, l’intero qui e ora venezuelano e non solo. La Rondón ci riesce, affidandosi a interpreti eccellenti, a una narrazione senza frenesie, senza colpi a effetto, come se una sceneggiatura non ci fosse, come se Samuel/Junior e Samantha/Marta decidessero minuto dopo minuto la propria storia: non è così, ovvio, ma non era forse questo l’effetto verità del Neorealismo? Già, siamo in quei territori, e la stessa storia aiuta: una ragazza madre che lotta per la sopravvivenza, un figlio che vorrebbe farle vedere in fotografia come vorrebbe essere visto (con i capelli lisci, vestito da cantante) e non può, per i soldi e altre mille difficoltà.

Ma davvero l’ambiguità, esistenziale prima che sessuale, è qualcosa contro cui scagliarsi? Non è forse la cifra stessa del nostro vivere oggi, dopo il prepensionamento delle ideologie, il riflusso delle religioni organizzate, l’individualismo della Rete e, cattiva ultima, la crisi invasiva e omnicomprensiva che ha fregato certezze e stabilità? La regista cerca la risposta tra casermoni utopicamente lecorbusieriani e realmente prigioni, tenendo per mano un bambino diversamente pettinabile e una donna differentemente madre, centrando altre ricorrenze tematiche e poetiche con la recente commedia francese Tutto sua madre di Guillaume Galienne. Insomma, non perdetelo, Pelo malo, e capirete come anche nella terra di nessuno – cinematograficamente il Venezuela lo è – possono accadere i miracoli. Applausi.

il Fatto Quotidiano, 30 Ottobre 2014

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