Come ho annunciato nel mio ultimo articolo, questo lunedì 27 ottobre l’Italia si sottoporrà, per la seconda volta dopo l’esame del 2010, al vaglio del Consiglio dei Diritti Umani delle Nazioni Unite, nel quadro della procedura dell’Esame Periodico Universale (Universal Periodic Review o Upr nell’acronimo inglese), a cui dal 2008 devono sottoporsi, ogni quattro anni, tutti i paesi membri dell’Organizzazione delle Nazioni Unite, senza eccezioni.

Attraverso la risoluzione fondatrice 60/251 del 15 marzo 2006, l’Assemblea Generale Onu ha in effetti dato mandato al Consiglio dei Diritti Umani di “intraprendere un esame periodico universale, fondato su informazione obiettiva e affidabile, quanto alla realizzazione da parte di ogni Stato dei propri obblighi ed impegni, in modo da assicurare l’universalità dell’analisi ed un trattamento uguale nei confronti di tutti gli Stati”. Le modalità dell’esame sono basate su un “meccanismo cooperativo, fondato su un dialogo interattivo, con la piena partecipazione del paese in questione e tenendo conto delle sue necessità in termini di rafforzamento delle capacità”: tale meccanismo è chiamato Upr Working Group, ed è composto dai 47 membri del Consiglio, Stati membri delle Nazioni Unite che debbono, secondo la risoluzione, osservare “i più elevati standard di rispetto dei diritti umani”.

Tra gli attuali quarantasette paesi membri del Consiglio dei diritti umani, che prenderanno parte al Gruppo di Lavoro Upr questo lunedì, troviamo l’Algeria, il Brasile, la Cina, il Congo, la Francia, Cuba, l’India, il Giappone, l’Indonesia, la Russia, l’Arabia Saudita, la Sierra Leone, il Sudafrica, l’Inghilterra, gli Stati Uniti, il Venezuela…e la stessa Italia, poiché tutti i membri del Consiglio hanno l’obbligo di sottoporsi ad esame durante il periodo della loro membership (trovate la lista completa degli attuali membri qui).

L’Upr Working Group è entrato in funzione nell’aprile 2008, e sessione dopo sessione, tra il 2008 e il 2012, il primo ciclo dell’Upr si è concluso, permettendo di sottoporre al vaglio delle Nazioni Unite (e, grazie al lavoro dei media e delle Ong, a quello dell’opinione pubblica internazionale) la situazione dei diritti umani in tutti i 192 paesi membri dell’organizzazione (divenuti 193 con l’arrivo nel 2011 del Sudan del Sud), al ritmo di sedici paesi per sessione, tre sessioni all’anno, quarantotto Stati esaminati in totale ogni anno.

Assemblea generale delle Nazioni Unite

Il Consiglio non è un tribunale internazionale, ma un organo politico intergovernativo, e, come tale, non emette sentenze, ma adotta rapporti che contengono conclusioni e raccomandazioni su situazioni sensibili, tematiche o geografiche. Tali raccomandazioni non solo hanno un valore politico e possono influenzare la presa di decisioni del Consiglio di Sicurezza stesso, ma in numerosi casi comportano azioni (la cui realizzazione l’Ufficio dell’Alto Commissario per i Diritti Umani è poi tenuto a facilitare) quali l’istituzione di commissioni d’inchiesta (come quella per la Siria), o l’allestimento di missioni di assistenza tecnica a beneficio di determinati paesi. Nel quadro dell’Upr, il Consiglio adotta rapporti che trattano della situazione complessiva dei diritti umani in ciascuno dei paesi membri dell’Onu (rapporti disponibili online).

Ma come giunge l’Upr Working Group a tale risultato nella pratica, attraverso quali procedure?

L’esame è fondato su tre documenti di base: in primo luogo, un rapporto nazionale, preparato dallo Stato stesso sottoposto ad esame; a tale fine il governo ha il dovere di organizzare un ampio processo partecipativo nazionale, che permetta alle varie parti sociali del paese di fornire informazioni, osservazioni e raccomandazioni in vista della redazione del rapporto.

Gli altri due documenti sono: una compilazione, preparata dall’Ufficio dell’Alto Commissario per i Diritti Umani, di informazione contenuta nei rapporti degli altri meccanismi Onu di protezione dei diritti umani, come i vari inviati speciali od i gruppi di esperti che vegliano al rispetto dei trattati sottoscritti dagli Stati membri nel campo dei diritti umani; ed infine, un sommario, anch’esso preparato dall’Ufficio dell’Alto Commissario per i Diritti Umani, di informazioni fornite dalle Ong nazionali ed internazionali, dalle istituzioni nazionali indipendenti di protezione dei diritti umani, gruppi femminili, sindacati, gruppi religiosi, eccetera. Così facendo il rapporto nazionale, presentato dagli agenti del governo del paese di volta in volta sotto esame, è controbilanciato dall’informazione fornita da organismi Onu indipendenti (dei quali vi parlerò più dettagliatamente in uno dei miei prossimi articoli) e dai contributi delle organizzazioni non governative, gruppi della società civile, mass-media, al fine di fornire un’idea precisa ed obiettiva della situazione dei diritti umani in ogni paese.

I tre documenti sono analizzati dall’Upr Working Group nel quadro di una sessione di dialogo interattivo della durata di tre ore, durante le quali gli Stati (membri o non membri del Consiglio) dispongono di tempi di parola per fare commenti, sollevare questioni e proporre raccomandazioni allo Stato in esame, per rinforzare la situazione complessiva dei diritti umani ed affrontare specifiche problematiche prevalenti nel paese.

Sulla base del dialogo, una « Troika », composta da tre paesi membri del Consiglio designati a tale scopo, compila un rapporto, congiuntamente con il Segretariato dell’Upr (assicurato dall’Ufficio dell’Alto Commissario per i Diritti Umani) e lo stesso Stato sottoposto ad esame. Il rapporto contiene l’insieme delle osservazioni sollevate nel corso del dialogo interattivo, ed enumera tutte le raccomandazioni fatte dagli altri Stati, indicando quali di esse sono state accettate dallo Stato oggetto dell’esame. In seguito l’Upr Working Group adotta il rapporto dell’esame e lo sottopone al Consiglio, il quale, alla sessione seguente, adotta il “risultato finale dell’esame”, che può inoltre contenere eventuali successive risposte dello Stato sotto esame.

A questo punto, sta allo Stato, durante i quattro anni che lo separano dall’esame successivo, impegnarsi per mettere in atto le raccomandazioni ricevute. Gli sforzi in questo senso, i miglioramenti e gli arretramenti, i successi o gli insuccessi dello Stato in questione sono infatti nuovamente analizzati alla scadenza dei quattro anni nel quadro di una nuova sessione dell’Upr Working Group. Proprio come quella a cui si sottopone l’Italia questo lunedì, dopo il suo primo esame nel 2010.

Quale sarà il responso delle Nazioni Unite sulla situazione dei diritti umani in Italia nel 2014, dopo quattro anni di azione di governo di Silvio Berlusconi (fino al 16 novembre 2011), Mario Monti (dal 16 novembre 2011 al 28 aprile 2013), Enrico Letta (dal 28 aprile 2013 al 22 febbraio 2014) e Matteo Renzi (dal 22 febbraio ad oggi) ?

Ne parleremo una volta che il risultato finale dell’esame che si svolge lunedì sara stato reso pubblico; nel frattempo, nella seconda parte di questo articolo (che sarà pubblicata nei prossimi giorni) vi spiegherò meglio cosa diceva il primo rapporto, quello del 2010, sulla nostra Italia, dopo sostanzialmente vent’anni della nostra storia nei quali i più longevi primi ministri sono stati Silvio Berlusconi (per circa nove anni) e Romano Prodi (quattro anni e mezzo circa).

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