Al di là della questione coperture, delle tensioni con Bruxelles, delle polemiche sull’effettiva riduzione dei carichi fiscali, di quelle sull’opportunità di tagliare le gambe alla previdenza complementare e di quelle sugli anticipi del Tfr. Al di là di tutto, vale la pena chiedersi quanto la manovra varata dal governo possa risultare incisiva per il rilancio degli investimenti, che sono poi il caposaldo fondamentale per spezzare la spirale recessiva e far ripartire l’economia. Da almeno vent’anni in Italia grande assente è la politica industriale e una priorità per il governo dovrebbe essere proprio quella di recuperare la capacità di indirizzo dell’economia, individuando le aree strategiche per lo sviluppo del Paese, i settori da sostenere ed eventualmente quelli da disincentivare.

Ma nella legge di Stabilità varata dal governo Renzi non c’è nulla di tutto questo: “Questo governo, come gli altri che lo hanno preceduto nell’ultimo decennio, non ha capito le cause della crisi e, senza una diagnosi, non è in grado di offrire una terapia in grado di funzionare”, dice senza mezzi termini Luigino Bruni, docente di Economia alla Lumsa di Roma e tra i maggiori esponenti della Economia di Comunità. “A differenza di Germania e Francia che hanno capito l’importanza dell’investimento e del potenziamento delle imprese e delle industrie strategiche – dice Bruni – noi le svendiamo pur di fare cassa. Il problema non è quello di dare oggi incentivi per assumere, ma quello di sostenere l’economia e le imprese affinché non chiudano”.

“Pesa sicuramente il potere delle lobby – conclude Bruni – lo vediamo anche per le concessioni, la questione delle frequenze, i giochi…”

Sotto questo profilo la legge di Stabilità prevede una riduzione generalizzata dell’Irap attraverso la deduzione integrale del costo del lavoro dipendente per un ammontare complessivo stimato in 5 miliardi per il 2015 e in 4,3 miliardi per il 2016 e il 2017. Quanto di questo risparmio fiscale verrà poi effettivamente impiegato per nuovi investimenti è tutto da capire, mentre la logica del taglio generalizzato ha il sapore della classica mossa per accaparrarsi un facile consenso tra imprenditori e commercianti, che infatti hanno incassato con grande soddisfazione la riduzione del carico fiscale.

Interessante, invece, la decisione di sostenere gli investimenti delle aziende in ricerca e sviluppo, decisione che per la verità è stata mutuata dal decreto Destinazione Italia varato nel 2013 dal governo Letta. Attraverso un credito d’imposta del 25% fino a un massimo di 5 milioni di euro per azienda, credito che sale al 50% se si utilizza personale altamente specializzato o se l’attività di ricerca viene affidata a università o enti, il governo stima di attivare nuovi investimenti per circa 5 miliardi nel triennio 2015-2017 e gran parte del beneficio fiscale dovrebbe andare alle piccole e medie imprese. “Ma ciò non basta senz’altro – prosegue Bruni – come non basta ciò che si sta facendo sulla scuola, che è molto distante da ciò che servirebbe”.

Nella legge di Stabilità, così come si era già osservato per lo Sblocca Italia, a latitare è proprio un’idea e una pratica delle “politiche nuove” di cui Renzi e il suo governo si proclamavano alfieri. Non per caso, nei confronti della cosiddetta “green economy” e del suo potenziale sono state spese tante parole, ma alla prova dei fatti non è stato destinato un euro, mentre per l’autotrasporto la manovra stanzia 250 milioni di euro e una pioggia di denari per le infrastrutture “strategiche” come l’alta velocità Milano-Brescia-Padova e il Terzo Valico Genova-Milano. Insomma, tutte cose lontanissime da un’idea di “nuova politica” e che – come in passato – più che a rilanciare l’economia del Paese sono servite ad alimentare giganteschi sprechi e ruberie.. .“Pesa sicuramente il potere delle lobby – conclude Bruni – lo vediamo anche per le concessioni, la questione delle frequenze, i giochi…”. Di questo passo non andremo molto lontano.