L’America Latina ha, purtroppo, una lunga tradizione di assassinii politici, sia selettivi che di massa. In alcuni Paesi si è riusciti a mettere sotto accusa i responsabili di questi crimini. Valga soprattutto l’esempio dell’Argentina e del Cile, con riferimento a uccisioni e massacri compiuti nel corso degli anni Settanta dopo i colpi di Stato militari. Va segnalato a tale riguardo che nei prossimi mesi comincerà a Roma un importante processo contro i responsabili, appartenenti a vari Paesi latinoamericani, dell’Operazione Condor, il piano di sterminio degli oppositori politici direttamente promosso e appoggiato dagli Stati Uniti. A partire dal 12 febbraio verranno processati per questo crimine a Roma ventuno politici (compresi ex Capi di Stato) e militari appartenenti a vari Paesi latinoamericani (Bolivia, Cile, Perù Uruguay).

Altre situazioni, pur ugualmente tristemente contrassegnate da migliaia di omicidi politici, sparizioni e torture, attendono ancora di fare i conti con il proprio passato. Fra di esse indubbiamente la più importante è quella colombiana. Tanto più che purtroppo non si tratta solo di un passato ma di un presente che continua, come dimostrato dalle continue uccisioni di difensori dei diritti umani, quali leader indigeni, avvocati, sindacalisti. Così come continua per il Messico e l’Honduras, altri Paesi nei quali la repressione dei movimenti popolari si combina con la presenza di una criminalità mafiosa che costituisce una vera e propria istanza di governo.

Una novità positiva, in questo quadro, è stata di recente costituita dalla recente decisione della Procura di Bogotà di considerare alla stregua di crimini di guerra e contro l’umanità trentaquattro omicidi compiuti nei dieci anni dal 1986 al 1996 contro dirigenti dell’Unión Patriótica, il partito di sinistra sterminato da militari e paramilitari colombiani con migliaia di assassinii e sparizioni. Tale decisione è importante perché impedisce che questi crimini vengano prescritti. Essa d’altronde si inserisce in un quadro contrassegnato dall’avanzamento dei negoziati di pace tra FARC e governo colombiano all’Avana, dove sono stati raggiunti importanti accordi in materia di partecipazione politica, riforma agraria e droghe illecite. Mentre la discussione prosegue proprio sul tema delle vittime del conflitto e delle necessarie riparazioni da accordare loro.

Forti resistenze tale negoziato ha trovato in settori della destra colombiana direttamente legati al paramilitarismo che ha compiuto orrendi crimini nel corso del conflitto e che è direttamente legato ad alcune bande di narcotrafficanti. Figura chiave di questa destra e membro della più bieca fazione della classe dominante colombiana è indubbiamente l’ex presidente Alvaro Uribe, il cui candidato, Zuluaga, è stato sconfitto al secondo turno alle recenti elezioni. Oggi Uribe, estromesso dalla presidenza della Repubblica, tenta in ogni modo di boicottare i negoziati di pace fra governo colombiano e FARC, avvalendosi di apparati governativi e paragovernativi che tuttora gli sono fedeli.  Lo stesso presidente Santos e vari negoziatori colombiani hanno denunciato di essere sottoposti ad intercettazioni telefoniche.

Per altri versi assistiamo a un tentativo di esportazione del modello colombiano di lotta politica basata sull’omicidio in altri Paesi, primo fra tutti il Venezuela. E’ colombiano l’autore materiale dell’uccisione del dirigente del PSUV (Partito socialista unitario venezolano) Robert Serra, il più giovane dei parlamentari venezuelani appartenente a tale formazione politica. Si tratta di un paramilitare colombiano legato al narcotraffico, tale Padilla Leive. I mandanti dell’omicidio vanno invece evidentemente ricercati nella parte più retriva della destra venezolana e colombiana. Non a caso Serra presiedeva proprio la Commissione parlamentare d’inchiesta incaricata di indagare sui complotti contro la rivoluzione venezolana da parte di Uribe e Lorent Saleh, l’agente di nazionalità venezolana e membro di vari gruppi neonazisti recentemente estradato dalla Colombia perché ritenuto autore di un piano di attentati ed omicidi selettivi volti a destabilizzare il Venezuela e che era stato in passato addestrato e finanziato da organismi facenti capo al governo degli Stati Uniti.

In conclusione i destini dei due grandi Paesi della regione caraibica, Colombia e Venezuela, appaiono, come ai tempi di Bolivar, strettamente intrecciati fra di loro. L’alternativa è fra la pace che veda la piena reintegrazione delle FARC e dei movimenti popolari nella partecipazione politica in Colombia, e la guerra, che veda, come nei voti della citata destra reazionaria, la destabilizzazione dell’intera area e la sua progressiva trasformazione in una sorta di grande Iraq costantemente dilaniato dalla guerra civile.