Chiunque abbia un figlio sa bene come è difficile accorgersi del più naturale degli atti, la crescita. Non ci si accorge mai di quanto un bambino stia diventando adolescente, o un adolescente un uomo, se non per le parole degli altri, quelli che si incontrano raramente, che te lo dicono apertamente, “ma lo sai che quasi non lo riconoscevo da quanto è cresciuto”, o perché i vestiti, quegli stessi vestiti che fino a poche settimane prima gli stavano benissimo, ora non gli entrano più. La crescita, appunto, il corso della natura.
Francesco Renga è in giro per un tour che lo terrà impegnato per circa tre mesi, fin qui diciannove sold out registrati su trentatré date programmate. Apparentemente la faccenda nulla ha a che vedere con la premessa, ma se avete la pazienza di arrivare fino alla fine, forse, non la penserete più così.
 
Quando a febbraio, solo pochi mesi fa, il cantautore bresciano si è presentato sul palco dell’Ariston di Sanremo con due brani, uno, ‘Vivendo adesso’, scritto da Elisa, l’altro, ‘A un isolato da te’, scritto da uno degli autori più gettonati del momento, Roberto Casalino, in pochi si sono accorti che qualcosa stava cambiando. Lui, cantautore conosciuto principalmente per la sua voce capace di toccare note solitamente proibite per gli uomini, era lì in veste di interprete, qualcosa di inedito, di insolito (lo aveva fatto con ‘Orchestraevoce’, è vero, ma quella volta erano cover). Anche i colori di quei brani, diventati renghiani grazie appunto a quella voce, erano un po’ diversi dal solito, meno atti a sottolineare le capacità vocali del nostro e più propensi a tirare fuori sfumature empatiche, emotive, il talento al servizio della canzone, non viceversa.

Il cambiamento, perché questa è una storia di cambiamenti, di crescita, lo si diceva in esergo, è stato più chiaro con l’uscita di ‘Tempo Reale’, l’album che non solo vedeva altre firme importanti in campo, come quelle di Kekko dei Modà, per una volta votato esclusivamente al melodico, e di Giuliano Sangiorgi, ma soprattutto evidenziava come quello che sul palco si poteva solo intuire, complice anche un ritorno a un look più casual, capelli lunghi su tutto, un trentenne intrappolato in un corpo di quarantaseienne, Francesco Renga si stava dirigendo imperiosamente a occupare uno spazio preciso nella costellazione degli artisti pop capaci di veicolare per un pubblico ampio, di massa, sentimenti e pensieri, l’ambito in cui nei decenni si sono mossi i Claudio Baglioni, i Luca Carboni, gli Eros Ramazzotti e i Biagio Antonacci. 

La storia la conoscete tutti, anche se probabilmente non vi è stata raccontata in maniera chiara e didascalica. Di tutti gli artisti usciti da Sanremo 2014, gara che lo ha visto piazzarsi al quarto posto per una scelta specifica della cosiddetta Giuria di qualità, Francesco Renga è a oggi l’artista che ha venduto più album, come certifica il Disco d’Oro assegnato a ‘Tempo Reale’. Il vincitore morale, si dice in questi casi. Proprio oggi ne esce una versione Deluxe, chiamata ‘Tempo Reale Extra’, impreziosita da un secondo cd contenente versioni unplugged dei brani più apprezzati e un duetto su ‘Almeno un po”, con al suo fianco l’autore del brano Kekko Silvestre. Il suo singolo ‘Il giorno più bello del mondo’ è stato uno dei rari tormentoni dell’estate, col suo incedere originale e così poco renghiano. 
 
Il tour di ‘Tempo Reale’ che ieri faceva tappa a Milano, per venire a noi, è una cosa inedita, come non se ne vedeva da anni e anni. Renga, infatti, per tre mesi attraverserà in lungo e in largo lo stivale, suonando tre, quattro, anche cinque volte a settimana. Trentatrè date fin qui in cartellone, ma altre se ne potrebbero aggiungere. Un tour vero e proprio, di quelli che chiudi casa, attento alla chiavetta del gas, e fai ritorno mesi dopo. Un tour trionfale, con tante repliche dovute a sold out già nelle prime ore dei biglietti messi in prevendita, un successo incredibile in un periodo di ristrettezze, di calo delle presenze nei concerti dal vivo. 

E veniamo al concerto, allora. Renga sale sul palco di un Teatro Arcimboldi di Milano pieno in ogni ordine di posti, dopo che la platea è stata scaldata e emozionata da una sorprendente Irene Fornaciari, artista dalla voce interessante e dalla presenza di scena decisamente matura, probabilmente penalizzata dall’essere figlia d’arte. Da applausi. 

Quando le luci si spengono e partono le note Renga appare sullo stage con una giacca di paillettes dorate e argentate, glamour e ironico. Da questo momento, per oltre due ore, salta e balla, canta, empatizza col pubblico, si dona senza remore, interpreta praticamente tutti i suoi cavalli di battaglia, ormai tanti dopo oltre dieci anni di carriera. La band che lo accompagna unisce i vari periodi della sua carriera, dando un tocco compatto e rock alla sua musica, che si tratti dei mid-tempo, un po’ un suo marchio di fabbrica in Italia, alle ballate in cui la sua voce si erge sovrana. “In un momento difficile come questo, cupo, senza speranze, quello che vogliamo fare è regalare un po’ di felicità, almeno dentro i teatri, e cercare di non far sentire solo nessuno, a partire da noi” dice sul palco, e per due ore e mezzo, in effetti, sembra che l’intento di Renga e la sua banda, categorico l’utilizzo del plurale in tutti gli intermezzi, riesca perfettamente.
Le due ore e passa volano veloci, e lasciano il segno.
 
Francesco Renga è cresciuto, quindi. È diventato altro da quel che ci ricordavamo, è un artista maturo, con una marcia in più, capace di regalare musica e energia, e, per quel che è possibile per un cantante, momenti di serenità. Vederlo saltare come Jovanotti sul palco di un teatro è uno spettacolo in sé, al punto che, crescita per crescita, ci si chiede se non sia il caso che adesso tenti un colpo di reni ulteriore e si cimenti con gli stadi. L’artista c’è, il pubblico pure, a vedere dai tanti sold out messi insieme. Basta solo osare un po’.