Da Palazzo Chigi sarebbero stati ribattezzati come “episodi” da circoscrivere alla giornata politica e che di certo “non intaccheranno la salute del governo di Matteo”. Fatto sta che dalla scorsa notte l’esecutivo dell’ex sindaco di Firenze deve fare i conti con numeri risicatissimi al Senato. Troppo bassa, infatti, la maggioranza di 161 senatori con cui è stata approvata la nota di aggiornamento del Def che autorizza tra l’altro il rinvio al 2017 del pareggio di bilancio. “Con questi numeri rischiamo di fare la fine di Prodi”, ironizza un renziano della prima ora. D’altronde, a questo quadro si aggiunge uno shopping incessante e “poco elegante” che si sta consumando a Palazzo Madama, con Forza Italia che ha convinto il siciliano Antonio D’Alì a tornare nella casa madre e con il Ncd di Angelino Alfano che strappa al Gal Pietro Langella. Insomma, un pallottoliere che varia a giorni alterni e in base agli equilibri interni al centrodestra. Con il rischio concreto – spiega a notte fonda un senatore forzista – che “nel giro di poche settimane il numero di 161 senatori possa affievolirsi ancor di più, segnando le sorti dell’esecutivo di Matteo Renzi”.

Al Senato, infatti, la maggioranza dell’attuale premier ha iniziato il cammino con 174 voti in occasione della prima fiducia del 25 febbraio scorso. Perdendo per strada, nell’arco di otto mesi, il sostegno di ben 13 parlamentari. Di volta in volta il quorum di 161 è stato superato o ponendo la questione di fiducia o grazie all’appoggio di pezzi del Gal, – Davico, Langella e Naccarato hanno espresso per esempio voto favorevole sul JobsAct – o di senatori del gruppo misto in avvicinamento all’esecutivo renziano, come ad esempio gli ex M5s Lorenzo Battista e Luis Alberto Orellana

Ma ciò non basta. Un esecutivo che guarda al 2017 come obiettivo finale – e il premier continua a ribadire l’obiettivo senza indietreggiare di mezzo centimetro – non può pensare di raccattare qua e là senatori ad ogni votazione. Del resto, a quanto si apprende da una fonte di Largo del Nazareno, l’operazione di Renzi e Luigi Zanda (capogruppo Pd al Senato) di far confluire nel gruppo democratico o comunque in maggioranza i fuoriusciti del M5s oggi nel misto – Alessandra Bencini, Fabrizio Bocchino, Francesco Campanella, Monica Casaletto, Paola De Pin e Orellana – sembra ancora veleggiare in alto mare. Ad oggi si susseguono incontri su incontri, ma nessuno sarebbe pronto a rompere gli indugi. 

Niente paura, però. Perché l’ex Cavaliere – ormai rassegnato guardando gli ultimi sondaggi dove Forza Italia risulta sempre più giù, addirittura intorno al 13% – si starebbe attrezzando per salvare il “compare” del Patto del Nazareno. “Matteo deve continuare a governare. La manovra di stabilità, se confermata, va nella direzione giusta”, sarebbe stato lo sfogo di Berlusconi con alcuni fedelissimi. Del resto, anche il Giornale di famiglia, giorni fa, titolava a sei colonne con un “Renzi fa cose di destra”. Altro segnale netto e chiaro che si aggiunge alla sequela di strizzatine d’occhio e che in fondo lascia presagire un sostegno futuro, qualora l’inquilino di Palazzo Chigi ne avesse bisogno.

Berlusconi, quindi, avrebbe tratteggiato una strategia che in Transatlantico uomini della cerchia stretta chiamano “sostegno light”. Almeno fino a dicembre, poi si vedrà. L’optimum per il leader di Forza Italia sarebbe costringere Renzi, in difficoltà sui numeri, a trattare con Forza Italia da una posizione molto più sfavorevole. Come? Continuando la campagna acquisti all’interno del Nuovo Centrodestra di Angelino Alfano, ma facendo confluire gli eventuali fuoriusciti, non in Forza Italia, ma nel gruppo del Gal. In questo modo si eviterebbero gli scontri e le gelosie fra forzisti e alfaniani e la maggioranza di Matteo Renzi non subirebbe contraccolpi numerici a Palazzo Madama. Ecco perché il siciliano D’Alì, che ha aderito al gruppo di Fi, potrebbe essere seguito a ruota da Antonio Azzollini – che martedì 14 manco a dirlo in Transatlantico ha avuto un colloquio lunghissimo con lo stesso D’Alì – e poi dal calabrese Antonio Caridi. Ma a questa “short list” Berlusconi mira ad aggiungere anche il plenipotenziario barese Massimo Cassano, il campano Giuseppe Esposito e il trio calabrese Piero Aiello, Giovanni Bilardi e Tonino Gentile. Con l’obiettivo di rimpolpare il gruppo del Gal fino a quota 20 senatori. E di lasciare ben saldo Matteo Renzi a Palazzo Chigi. 

Twitter: @GiuseppeFalci