Salvo per un solo voto. Il sindaco di Mantova Nicola Sodano, a capo di una giunta di centrodestra dal 2010, sfugge alla mozione di sfiducia presentata, venerdì sera, da 22 consiglieri comunali su 40 dopo una notte lunghissima contraddistinta da colpi di scena, insulti, interventi ad alta tensione e malori. E salva la poltrona grazie a un accordo preso sopra la sua testa, a Milano, da Matteo Salvini, segretario federale della Lega, Mariastella Gelmini e Mario Mantovani di Forza Italia.

Fra i firmatari della mozione, infatti, c’erano anche due consiglieri del Carroccio, Luca De Marchi e Carlo Simeoni usciti tempo fa dalla maggioranza, ai quali è stato ordinato dal commissario provinciale Davide Boni, già assessore regionale con Formigoni e presidente del consiglio della Regione Lombardia, di non votare la mozione in aula. Le indicazioni di Salvini, infatti, sono di lavorare assieme al centrodestra in prospettiva del voto del 2015. I due nel pomeriggio di venerdì sono stati informati della decisione presa dal segretario federale proprio da Boni. Il quale ha fatto capire, senza tanti giri di parole, che se fosse passata la sfiducia a Sodano i due consiglieri leghisti sarebbero stati espulsi dal partito. Ma ai due il diktat non andava proprio giù. Fino all’ultimo c’è stata incertezza sulle loro intenzioni.

Luca De Marchi, alla fine ha votato la sfiducia e probabilmente sarà cacciato dal partito. Non gli hanno fatto cambiare idea neppure le promesse del primo cittadino di smantellare il campo nomadi e di adottare la toponomastica in dialetto per i quartieri cittadini. Carlo Simeoni dopo la pausa chiesta dal sindaco intorno alle 2 di sabato, a notte fonda, non ha più fatto rientro in aula. Un malore, ufficialmente, l’ha costretto a ricorrere alle cure del Pronto Soccorso cittadino. Decisiva la sua assenza per bocciare la sfiducia: servivano 21 voti, ne sono arrivati soltanto 20. Da psicodramma politico quello che è successo fra la pausa e il voto. Simeoni durante l’intervallo è rimasto chiuso nell’ufficio del sindaco Sodano insieme al presidente del consiglio comunale, Giuliano Longfils di Forza Italia, e al commissario provinciale della Lega Davide Boni. Porte chiuse e due agenti della Polizia Locale a vigilare davanti all’ingresso, per non fare entrare nessuno.

L’ipotesi più accreditata che in quei momenti, dietro a quella porta chiusa, si stessero facendo gli ultimi, disperati, tentativi per convincere il consigliere leghista a non votare la mozione di sfiducia. Nella sala consiliare, gremita come non mai, cresce la tensione, qualcuno chiama i carabinieri, dai banchi dell’opposizione, si alza il grido “vergognatevi” indirizzato al sindaco e al presidente del consiglio. Da quel momento del consigliere leghista si sono perse le tracce. Desaparecido. I fatti dicono che non ha più fatto rientro in aula, al suo posto è rimasta soltanto la sua giacca. Quel posto vuoto ha salvato il sindaco Nicola Sodano e l’accordo preso dai vertici nazionali della Lega e di Forza Italia nei giorni scorsi a Milano.

Davide Boni alla fine del consiglio comunale, quando sono ormai passate le tre del mattino, si ferma a chiacchierare con i giornalisti e ammette che a sei mesi dalle elezioni (a Mantova si tornerà a votare nel maggio 2015) non avrebbe avuto senso una mozione di sfiducia e il conseguente commissariamento del Comune. La mozione di sfiducia è stata promossa dalla componente civica Lista Benedini, uscita dalla maggioranza dopo contrasti con il sindaco sul comitato che avrebbe dovuto valorizzare Mantova in vista di Expo 2015, ed è stata firmata anche dai consiglieri del Pd, di Sel, oltre che dai due leghisti. A quel punto Sodano non aveva più i numeri a sostenerlo e ha chiesto senso di responsabilità alle minoranze per arrivare a fine mandato e poi votare. Ma queste hanno detto no. Per il momento il sindaco è salvo, ma a breve dovrà affrontare una nuova battaglia politica per la votazione degli equilibri di bilancio. Deve cercare i voti per farli passare in consiglio. Inoltre, i consiglieri di opposizione stanno raccogliendo le firme per dimettersi collettivamente e far così decadere consiglio e giunta. Insomma, la partita a Mantova è ancora aperta e da giocare.