Per quel che riguarda lo sviluppo dei rapporti sociali, assistiamo oggi alla fine del cosiddetto “capitalismo fordista”, entrato in crisi per la verità già dalla fine degli anni Settanta del Secolo scorso. Era questa la fase nella quale il capitalismo dominava grazie al lavoro produttivo; i vari strati del lavoro salariato si compattavano intorno alla figura centrale dell'”operaio massa” e i partiti, altrettanto di massa, gestivano il  “compromesso storico” tra il lavoro e il capitale.

Le politiche keynesiane, allora dominanti, erano fondate su Stati nazionali che esercitavano la propria sovranità monetaria per garantire la piena occupazione. Il risultato era il Welfare State, vale a dire lo Stato del benessere per molti con l’idea di base che l’aumento dei salari permettesse alla classe operaia di sostenere la domanda dei mercati interni e quindi i consumi.
Un sistema di sviluppo sano ma che minava, per dirla con il vecchio (ma non invecchiato) Carlo Marx, il conseguimento di elevati saggi di profitto. Per contrastare la caduta del profitto, quindi, il capitalismo si è finanziarizzato a livello globale, riducendo altresì la sua base materiale con l’ausilio della nuova rivoluzione tecnologica.

Questo cambiamento di forma del capitale ha completamente mutato anche la forma del lavoro. Ciò a cui noi oggi assistiamo è un processo di scomposizione della classe operaia. Frantumazione del lavoro, delocalizzazione, disoccupazione strutturale in funzione di compressione salariale, sotto-occupazione e precarietà diffusa. I lavoratori sono dispersi in filiere produttive spesso transnazionali, impiegati in unità parcellizzate di servizi, ridotti in certi casi a condizioni lavorative di semi- schiavitù. Alla riduzione della concentrazione dei salariati nelle grandi fabbriche corrisponde la riduzione della loro capacità di coalizzarsi per difendere i propri interessi.

A differenza della classe operaia “fordista” questi nuovi, plurimi soggetti proletarizzati non riescono più a trovare una figura comune sulla quale fondare la propria ricomposizione sociale. Come si possono coordinare tra loro le diverse figure che il lavoro ha assunto negli ultimi anni? Come possono dar vita a movimenti duraturi in grado di far valere i loro diritti?

A questo si aggiunga anche la questione del ceto medio impoverito (piccoli imprenditori, artigiani, commercianti, partite Iva) che vanno ormai inquadrati in unico immenso nuovo proletariato (o sottoproletariato molto spesso) con gli altri lavoratori. È tipico di queste forme sociali, rivolte spontanee sporadiche di breve periodo, ma che, non avendo una strutturazione istituzionale come in passato, vengono presto riassorbite dal sistema.

È possibile partendo da una tale frammentazione del tessuto sociale creare un blocco omogeneo in cui raccogliere gli interessi di precari, proletari cognitivi, operai declassati, disoccupati e ceti medi impoveriti?
Questo è il problema cruciale cui è chiamato a rispondere una forza di opposizione, che prima ancora di essere politica non può che essere oggi un’opposizione sociale, un’opposizione che si proponga come obiettivo quello di riunire forze sociali frammentate e divise.

Il programma di governo di Renzi è molto chiaro: con la sua “riforma” del mercato del lavoro sta puntando sulla divisione dei lavoratori: mettere i giovani contro i vecchi, i non garantiti contro i garantiti, i lavoratori temporanei contro quelli a tempo indeterminato, finendo con l’indebolire l’intero mondo del lavoro. Si intende accrescere ulteriormente la flessibilità dei contratti, cancellando persino conquiste  storiche, come quella delle tutele dei lavoratori contro i licenziamenti ingiustificati.

E, laddove è stata applicata come in Germania con la riforma del lavoro Hartz IV, importanti economisti tedeschi ormai non nascondono più il dramma sociale che ha prodotto, vale a dire un immenso “sottoproletariato da 7,4 milioni di persone”. Per non parlare dell’ormai famosa generazione 300 euro che la Troika ha imposto in Grecia attraverso riforme similari  quelle che Renzi vuole per l’Italia.

Il risultato della politica sul lavoro del governo sarà quindi solo una maggiore precarietà della vita dei lavoratori e delle loro famiglie, con il risultato di ridurre ulteriormente il potere di rivendicazione collettiva e con ciò, inevitabilmente, anche i loro salari.

Questa strategia è comunque miope. In una fase recessiva come l’attuale, operare sulla flessibilità del lavoro è controproducente. Il problema da risolvere oggi è quello di una domanda troppo debole e comprimere i salari non fa che peggiorare la situazione. Occorrerebbe, al contrario, agire con urgenza agire con politiche anticicliche sulla domanda effettiva (la domanda aggregata).
La domanda aggregata in macroeconomia rappresenta la domanda di beni e servizi nel suo complesso ed  è direttamente proporzionale alla spesa pubblica e inversamente proporzionale al livello di imposizione fiscale. Ciò,  insomma, di cui abbiamo bisogno è più spesa pubblica e meno tasse. Per uscire dalla crisi non c’è altra via che rilanciare la domanda con un programma di forti investimenti pubblici e al contempo con una strategia di politica industriale ed energetica  innovativa e ecologicamente compatibile.

Perché si fa esattamente il contrario? La risposta  è elementare, anche se molti ancora non vogliono ammetterlo. In mancanza di flessibilità del cambio e di sovranità sul bilancio, non resta che agire dal lato del mercato del lavoro. È questo che  sta facendo il governo Renzi rispettando alla lettera gli ordini della Troika. Ma come si può favorire la domanda interna se l’Europa, per salvare l’Euro, continua a chiederci, in  buona sostanza, di svalutare i salari? Come si può stimolare la domanda prospettando  i licenziamenti e la perdita dei diritti dei lavoratori conquistati in anni di lotta? È dunque evidente che il nodo Gordiano dell’ euro va tagliato il prima possibile e la battaglia e il recupero della propria sovranità monetaria deve diventare il primo obbiettivo di una forza sociale realmente antagonista.

L’euro non ha creato unità ma divisione, non ha creato ricchezza ma povertà. La costrizione alla moneta unica rischia di spezzare persino il sogno europeo. Si può essere per una certa idea di Europa dei popoli e dei diritti senza sacrificare le nostre vite sull’altare di una moneta.

Dobbiamo uscire dall’euro il prima possibile. Non c’è più tempo”, ha dichiarato ieri dal Circo Massimo a Roma. Ora la posizione sull’euro è chiarita: Grillo non si è limitato a riproporre l’idea del referendum, ma ha detto a chiare lettere che il Movimento Cinque stelle è per l’uscita dall’euro e che l’Italia deve recuperare quanto prima la propria sovranità monetaria. Lo stesso punto è stato ripreso con forte vigore anche da Gian Roberto Casaleggio.

Questa è una novità di assoluto rilievo politico. Si potrà discutere sul senso dell’utilità e opportunità di un referendum consultivo del tutto atipico, dal momento che la Costituzione non prevede un referendum sulle leggi di autorizzazione alla ratifica dei trattati internazionali, ma nel 1989 fu pur indetto un referendum consultivo e niente vieta di seguire la stessa strada, una strada, va detto, irta di difficoltà. Ma che altro può fare un movimento che ha vinto le elezioni politiche nazionali e che Re Giorgio ha relegato all’opposizione? 

In un Parlamento non più simbolo della sovranità popolare, ma mero tramite di decisioni prese a Bruxelles, Berlino e Francoforte (attraverso i vari governi fantoccio che si susseguono a Roma), l’opposizione istituzionale è perlopiù inutile e irrisa tra ghigliottine e canguri. Certo, il Movimento è dentro il Parlamento e ci deve restare ma deve soprattutto essere opposizione sociale, a contatto con i cittadini di un paese che ormai, come Genova, sta affogando.