L’Area dell’euro è divisa sotto vari profili. In particolare, da vari anni ci sono paesi nei quali la produttività è cresciuta in modo consistente (ad esempio, la Germania) mentre in altri, tra i quali l’Italia, la produttività è rimasta ferma o addirittura è calata, questi processi hanno condotto a una divaricazione della competitività dei prodotti. In alcuni paesi la competitività dei prodotti è peggiorata rendendo più difficile avvantaggiarsi della domanda mondiale attraverso le esportazioni.

Mario Draghi ha sostenuto che: “A competitive economy, in essence, is one in which institutional and macroeconomic conditions allow productive firms to thrive. In turn, the development of these firms supports the expansion of employment, investment and trade” (2012).

Sono molti i fattori che influiscono sulla produttività (interni all’organizzazione delle imprese ed esterni, di contesto).

Una questione sulla quale spesso si discute è quella della specializzazione settoriale. Alcuni economisti infatti hanno sostenuto che la buona performance in termini di produttività, che si è registrata negli Stati Uniti a partire dalla metà degli anni ’90, fosse dovuta soprattutto al forte peso che in quel paese hanno i settori ad alta tecnologia. La produttività infatti può essere dovuta all’introduzione di innovazioni tecnologiche e ciò che si osserva è che proprio i settori che generano innovazione (settori high tech) sono gli stesi nei quali più forte è stato l’incremento di produttività negli Stati Uniti. Detto in altre parole: parte corposa della dinamica della produttività in Usa è legata al fatto che lì è ampio (relativamente) il settore delle tecnologie digitali; in più queste tecnologie digitali vengono utilizzate ed introdotte in misura molto maggiore in tutti i settori e in tutte le imprese americane rispetto alle imprese europee ed italiane in particolare. L’Italia sconterebbe quindi due fatti negativi: un settore high tech piccolo, che pesa poco sulla produttività complessiva e in più un ritardo nell’adozione delle nuove tecnologie in tutti i settori (per varie ragioni).

Questa tesi non è condivisa da tutti. Alcuni economisti americani infatti sostengono che il grosso della crescita della produttività americana sarebbe legato, al contrario, ai settori tradizionali e non a quelli high tech. Il commercio, i trasporti, le assicurazioni, la finanza, i servizi in generale avrebbero conosciuto una vera rivoluzione organizzativa, negli Stati Uniti, nel periodo in questione e avrebbero quindi migliorato molto la loro efficienza e produttività. Questa rivoluzione sarebbe stata generata dalla maggiore concorrenza introdotta con le liberalizzazioni. Insomma c’è un dibattito acceso.

Torniamo al tema della specializzazione. La debole dinamica della produttività in Italia e in altri paesi è dovuta al fatto che prevalgono i settori tradizionali (che meno utilizzano le nuove tecnologie e lavoro ad alto capitale umano) o è dovuto ad altri fattori? Ad esempio al fatto che la dimensione media delle imprese è molto piccola?

Una ricerca recente della Bce ci fornisce indizi molto interessanti a riguardo.

Utilizzando una base dati che include imprese di 11 paesi europei, con una spaccatura settoriale a 58 settori (Nace), quindi molto fine, per il periodo 1995-2011 gli economisti della Bce evidenziano alcuni fatti.

Se si analizza la produttività all’interno di ciascun settore si ottiene una distribuzione molto asimmetrica: pochissime imprese eccellenti hanno avuto una forte crescita della produttività mentre la maggior parte delle imprese ha avuto una performance molto bassa. Questo significa che ragionare in termini di “medie” non ha molto senso. Le differenze tra settori risultano molto meno significative delle differenze all’interno dei settori. In particolare ciò che emerge è che in quasi tutti i settori sono poche grandi imprese quelle molto produttive mentre sono le piccole e piccolissime imprese quelle poco produttive. Nei settori non-tradables (servizi) questo fenomeno non è necessariamente vero: le grandi imprese in questo caso non sono necessariamente le più produttive. Forse perché in Europa in questi settori c’è ancora scarsa concorrenza.

Questi risultati suggeriscono che la dimensione delle imprese conta molto di più della specializzazione settoriale, nei settori tradables (manifatturiero e alcuni pezzi dei servizi) ma che ciò che conta non è la dimensione media quanto la presenza di almeno un certo gruppo di “imprese eccellenti”.

Non servirebbero quindi politiche industriali settoriali sotto questo profilo almeno, e non servirebbe far crescere “tutte” le imprese (dimensione media) ma servirebbero misure volte a far crescere le imprese più dinamiche e innovative di ciascun settore.