Da giorni non si parla d’altro nel mondo delle telecomunicazioni italiane. Metroweb potrebbe finire nelle mani di Telecom Italia in un matrimonio che “avrebbe senso industriale” come ha spiegato Alberto Trondoli, ad della società con la più estesa rete metropolitana in fibra ottica d’Europa. Il concretizzarsi di quella che resta oggi un’ipotesi di lavoro rischia pero’ di avere un impatto diretto sullo sviluppo della banda larga nel Paese andando a vantaggio soprattutto di F2i, il fondo controllato da Cassa Depositi e Prestiti, Intesa SanPaolo, Unicredit e diverse fondazioni bancarie intenzionato ad uscire dal capitale di Metroweb. Se, infatti, da un lato l’operazione ha il merito di rafforzare l’indebitata Telecom nella fibra, dall’altro segna indirettamente la fine del progetto di separazione dell’infrastruttura del gruppo di Marco Patuano e del piano della società delle reti che avrebbero voluto creare il fondo F2i e la Cassa Depositi e Prestiti, con il contributo degli operatori.

Ma perché il fondo F2i dovrebbe voler uscire da Metroweb? Finora la società è stata un buon affare: nel 2013 ha staccato una cedola da 6,2 milioni, poco meno degli utili realizzati nel corso dell’intero esercizio (6,5 milioni, il 24% dei ricavi). Ma il dato del risultato di gestione è in flessione rispetto al 2012 (9,6 milioni) e ora ci sono da fare corposi investimenti per portare avanti il progetto di cablaggio di 25 città italiane con un esborso di 4,5 miliardi. Inoltre sulla società, che fattura 59 milioni, gravano 197 milioni di debiti per un finanziamento quinquennale sottoscritto il 29 giugno 2011 con Mediobanca, Banca Imi (Intesa), Société Générale, Santander e CentrobancaLa cifra è stata concessa ai soci di Metroweb (oltre a F2i anche la stessa Cdp) a fronte di una garanzia costituita dal pegno sull’intero capitale della società e dal rispetto di covenant, cioè paletti finanziari fissati dalle banche per verificare ogni trimestre la solidità dell’azienda, il “grado di copertura del flusso di cassa sugli impegni finanziari” e il “livello massimo degli investimenti annuali”, come spiega il bilancio 2013 di Metroweb spa. Ed è proprio qui che potrebbe nascondersi il motivo per cui F2i vuole disfarsi della società nata da una costola della municipalizzata milanese Aem.

Secondo i progetti iniziali del numero uno uscente di F2i, Vito Gamberale, e del presidente di Cdp, Franco Bassanini, Metroweb avrebbe dovuto garantirsi un futuro come fulcro di un grande progetto di rete unica da affittare agli operatori che avrebbero ripagato gli investimenti. In assenza di passi avanti nella creazione della società della rete in cui doveva confluire anche l’infrastruttura del gruppo di Marco Patuano, però, gli operatori di telefonia (Telecom e Fastweb in primis) hanno avviato investimenti per conto proprio. Principalmente nelle aree più remunerative, cioè quelle più densamente popolate. Per Metroweb, quindi, le carte in tavola sono cambiate in corso d’opera: la società è passata dalla prospettiva di operare in condizioni di potenziale monopolio a quella di ritrovarsi in una situazione di un meno profittevole oligopolio. Un epilogo infelice che non piace ai soci del fondo F2i, ma che soprattutto finisce col danneggiare anche il Paese dal momento che, in assenza di un piano nazionale per la rete presente nelle promesse elettorali di Renzi, le zone a minore redditività resteranno tagliate fuori dagli investimenti in fibra aumentando il digital divide.

E’ in questo scenario che, secondo quanto riportato da Il Sole 24 Ore del 4 ottobre scorso, in Telecom sarebbe maturato l’interesse per Metroweb. Al punto che per il gruppo di Patuano non sarebbe un problema valorizzare la preda 450 milioni, cifra pari all’investimento effettuato da Gamberale per rilevare la società nel 2011. Se così fosse, nell’ipotesi di acquisto della sola quota di F2i (53,8%) Telecom si troverebbe a sborsare poco più di 200 milioni. Ma la cifra potrebbe anche essere più alta per almeno due ragioni. La prima è che, senza un chiaro input del governo, anche Cassa depositi e prestiti, socio accanto a F2i della scatola che custodisce l’87,5% di Metroweb, potrebbe uscire dalla partita cedendo il suo 46,2 per cento. Anche se la settimana scorsa Bassanini ha dichiarato che la società “non è in vendita”. La seconda è che, secondo fonti interne a Metroweb, i soci di F2i, che nel 2013 ha dimezzato gli utili (1 milione contro i 2 dell’anno prima), puntano a massimizzare gli introiti e sperano in una valutazione della società vicina ai 600 milioni.

Non resta che chiedersi se sia possibile immaginare che il più grosso operatore delle telecomunicazioni del Paese possa acquistare la più importante realtà italiana della fibra, creata in buona parte con i soldi pubblici di Aem. La storia recente depone contro questa possibilità: nel marzo 2003 Telecom Italia tentò di acquistare il 100% di Megabeam Italia (oggi Linkem), il primo wireless internet service provider italiano nonché fornitore dei principali aeroporti del Paese. Operazione di piccolo taglio (11,5 milioni) che fu però comunque bloccata immediatamente dall’Antitrust, a tutela del mercato e degli utenti. Telecom, viste le richieste dell’authority, fu costretta a rinunciare. Per evitare di incorrere in problemi simili, il management di Telecom starebbe quindi studiando una soluzione che tenga separata Metroweb dal resto del gruppo. Un escamotage tecnico che tuttavia non cambierebbe la sostanza dell’operazione: concentrare nelle mani di Telecom, ormai società privata e con un azionariato in divenire, la più grande rete metropolitana in fibra d’Europa, oggi proprietà di Metroweb. E far svanire il progetto di una rete pubblica come quella che il Paese aveva prima della privatizzazione di Telecom Italia con in pancia la sua infrastruttura di rete.

@FiorinaCapozzi