È di pochi giorni fa la pubblicazione di un’indagine condotta dal Credit Suisse Research Institute, che dimostra come una maggiore presenza femminile nelle posizioni manageriali migliori le performance aziendali. La statistica, condotta su oltre 3mila imprese nel mondo e più di 30mila tra componenti di consigli di amministrazione e senior manager ha evidenziato, in particolare, come una maggiore diversità di genere coincida con un miglioramento della performance finanziaria aziendale e con valutazioni azionarie più alte, nonché con una più positiva capitalizzazione di mercato.

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Va detto che la partecipazione femminile nel top management è ancora bassa: nelle 3.000 aziende oggetto dell’analisi solo il 3,9% dei Ceo sono donne. L’8,5% riveste ruoli di vertice, il 17,5% incarichi finanziari e strategici e il 18,9 per cento occupa posti di lavoro in “servizi comuni” – come relazioni esterne, risorse umane, legale, marketing – che raramente costituiscono trampolini di lancio per scalare i vertici aziendali.

Esaminando i dati, emerge comunque come la diversità di genere in seno ai CdA stia lentamente aumentando in quasi tutti i settori e paesi: la percentuale di presenza femminile nei consigli è passata infatti dal 9,6 per cento nel 2010 al 12,7 per cento a fine 2013. Il divario risulta più marcato a livello geografico che settoriale. L’America del Nord e l’Europa vantano infatti il tasso più elevato di partecipazione femminile nel senior management delle proprie aziende, seguite dall’Asia. L’America Latina, al contrario, registra la presenza femminile più bassa. Mentre il record mondiale negativo spetta al Giappone (1,6 donne ogni 100 top manager), dove le donne, come è noto, sono ancora pesantemente ai margini della vita economica. 

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Nella elaborazione del Credit Suisse Research Institute spicca invece una buona notizia per l’Italia, perché le donne nei consigli di amministrazione, dal 2010 al 2013, sono triplicate, balzando dal 5,5 al 17,5% del totale dei componenti degli organi di amministrazione analizzati. Siamo ancora lontani dai valori della Francia (29,6%) ma avanti rispetto al dato della Spagna e degli Stati Uniti (13,7%), in linea con quello della Gran Bretagna (17,9%) e non ci dividono che 5,5 punti dalla percentuale della Germania (23%).

Sono incoraggianti i dati di alcuni paesi, ma nel complesso, come detto, i numeri confermano  che è ancora di là da venire quella svolta culturale, capace di mettere in condizione l’universo femminile di correre ad armi pari nel mondo del lavoro. Ciò, sebbene, come è noto, le donne istruite siano sensibilmente maggiori degli uomini.

Peraltro lo studio pare indicare come l’imposizione di quote di genere non rappresenti la strada corretta per rompere gli schemi culturali che impediscono di dar vita a pari opportunità. Ed a tale proposito viene citato il caso della Norvegia, che dal 2006 ha applicato una legge in base alla quale le donne devono occupare almeno il 40% dei posti all’interno degli organi dirigenti di società quotate. Ebbene, da allora, stando alle elaborazioni del Credit Suisse, le aziende a cui è stata applicata questa legge hanno assistito a una perdita del proprio valore (misurato in termini di valore di mercato totale in rapporto al valore patrimoniale totale) pari a oltre il 12% per ogni incremento del 10% di presenza femminile nel CdA.

In tutto ciò duole constatare che il tema delle politiche di genere è definitivamente scomparso dall’agenda politica. Forse nell’insana idea che una Boschi abbia fatto primavera.

@albcrepaldi