La (già) perfida Albione e il diavolo italiano

Il periodo di più consistente importazione in inglese di parole italiane fu l’età elisabettiana, in cui la nostra lingua divenne tanto di moda da suscitare risentimenti e critiche: il precettore di Elisabetta I, Roger Ashman, con un motto che sarebbe divenuto proverbiale, arrivò a sostenere che an Englishman Italianate is a devil incarnate. Dal canto suo Giovanni Florio, «figlio di profughi italiani, professore d’italiano ad Oxford, insegnante d’italiano del principe Enrico, figlio di Giacomo I» (Sandra Sidro,Le parole italiane entrate nella lingua inglese, «Atti della Accademia delle Scienze di Torino. II. Classe di Scienze morali, storiche e filologiche», CV, 1971, pp. 287-372), nonché autore del fortunatissimo A Worlde of Wordes, or Most Copious and Exact Dictionarie in Italian and English (London 1598), non si limitava a vantare le qualità della lingua italiana – intanto la diffondeva tra i nobili di corte – ma aggiungeva che la conoscenza dell’inglese, superata la Manica, era praticamente inutile.

L’talianismo in gioco

Di peso non trascurabile è il contributo portato dall’italiano all’inglese in sport e giochi che impegnano più direttamente e intensamente il corpo, e non fanno eccezione i giochi da tavolo. Lo stesso passatempo, che ricalca il fr. passe-temps (1410-1425) e ha iniziato a diffondersi in Italia durante la prima metà del XVI secolo, è un italianismo non solo in inglese (passatempos plur., 1632; passe tempi plur., 1644) ma anche in tedesco (Passa tempo, 1728).

La bochette, conosciuta in Francia a partire dal XVII secolo, è a sua volta un adattamento dell’it. boccetta. La parola è giunta fino allo spagnolo sudamericano (bocheta), e il gioco cui dà il nome si pratica notoriamente su un tavolo da biliardo privo di buche, e senza l’ausilio delle stecche; già nel XVII secolo l’autore di un dizionario etimologico francese ne aveva correttamente individuato l’importatore in terra francese (il cardinale Mazzarino) e la provenienza italiana: «De l’italien boccietta, diminutif de boccia» (Gilles Ménage, Dictionnaire étymologique, ou Origines de la langue françoise, Paris 1650, s. v.).

Simile al gioco delle boccette è il trucco, praticato a terra o su un tavolo simile a quello del biliardo: molto diffuso nell’Italia seicentesca (Vincenzo Giustiniani, Discorso sopra il giuoco della pallamaglio 1626), è alla base del ted. Trucco, -kko (1876), dell’ingl truck(s) (1671), del fr. truc ‘sorta di biliardo’ (1630), dello sp. truco (1607) e trueco (1607). La Sala del Trucco del bel palazzo barocco chigiano di Ariccia (RM), in cui Luchino Visconti girò gran parte degli interni del Gattopardo, prende il nome dal biliardo che vi è contenuto, intagliato da un grande ebanista della Roma del XVII secolo: Antonio Chicari.

Prestiti concessi, prestiti ricevuti

Del biliardo abbiamo già parlato in un altro intervento, ma senza soffermarci sull’origine della parola, che è dal fr. billard. Dell’antichità del gioco si stupì Pietro Fanfani, linguista e scrittore toscano, dalle pagine del suo “Borghini” (vol. I, anno II, 1864: 297-300). Era la circostanza della pubblicazione, su quel periodico, di un capitolo cinquecentesco (Del giuoco del biliardo) composto da Niccolò Martelli e dedicato a Pandolfo Pucci, che aveva probabilmente introdotto il gioco a Firenze.

Nel componimento il Martelli, che chiama il gioco anche Gugole («le G.», v. 5), forse dal ted. Kugel (‘palla, sfera’), prima tenta di individuarne le origini («Chi dice che da Napol prima fuora, / per usar quelli il pallo e ’l maglio; / ma gli è diverso assai da questo d’ora. / Altri dicon che Mantova ne tenne / e tiene il principato, e Bilïardo / per nome lo chiamarono solenne», vv. 10-15) e alla fine lo descrive così: «Ogni tua palla è d’avorio gentile, / et puossi fare ancora a solo a solo; / ma due per due ha più del signorile. / Risiede in mezzo al tuo bel campo un polo / di ferro con un cerchio appunto tondo / quanto passar vi può la palla a colo. / Quatro uscite vi son, che fan giocondo / colui che trucca l’altro, e ‘n campo resta, / con un legnetto di non molto pondo. / Ma chi entra pel buco appunto a sesta, / percotendo da prima, è buon maestro, / e del truccar porta corona in testa. / Bisogna ingegno, essere accorto e destro, / esercitarsi sopra ogni cosa,  / vie più che a gioco pedestre o equestro»  (vv. 64-78).

Una descrizione perfetta. Quando le lingue europee – bei tempi –  si scambiavano liberamente parole le une con le altre.

di Massimo Arcangeli e Sandro Mariani