Non sarà una vittoria definitiva dei movimenti delle donne e delle opposizioni progressiste, perché la storia ci insegna che sui temi legati alla procreazione difficilmente esistono punti fermi permanenti, ma è di certo una buona notizia quella che arriva dalla Spagna: la pessima riforma della legislazione spagnola sull’interruzione di gravidanza, varata circa un anno fa dal governo Rajoy, è stata ritirata.

Osteggiata persino da settori dello stesso partito del premier (il Partido Popular che pure l’avevano promossa) la riforma è stata annullata, su affermazione dello stesso Rajoy, per ‘mancanza di sufficiente consenso sociale’.

Che dichiarazione interessante: non mi risulta che in Italia, sui temi cosiddetti ‘eticamente sensibili’, (quelli che di solito riguardano le libertà dei corpi, l’autodeterminazione nelle relazioni e nella sessualità) ci sia mai stato un premier che ritira una riforma perché una grande parte della popolazione non ne è convinta, non la gradisce e non è d’accordo con il governo. E’ comunque un atto di riconoscimento della autorevolezza dell’opinione pubblica, che da mesi insiste e motiva la forte avversione verso l’impianto patriarcale e fondamentalista della riforma.

Sarà, come sostenuto dal portavoce della Conferenza Episcopale, José Maria Gil Tamayo, un provvedimento elettorale, ma nei fatti Rajoy ha dimostrato, con il clamoroso gesto, di smarcarsi dalla parte più nera e oltranzista del suo partito, e ha ammesso che senza consenso, dentro e fuori le istituzioni, non è possibile legiferare, a maggior ragione su questo argomento.

Già dal titolo la riforma parlava chiaro: si trattava di una ‘Legge organica di protezione del concepito e dei diritti delle donne in gravidanza’, nella quale quindi al centro non erano le scelte di libertà in materia di procreazione ma la presunta identità del feto e la promozione della maternità ad ogni costo.

Uno degli aspetti che aveva creato più dissenso, anche dentro il mondo cattolico, era la forte limitazione del diritto di interrompere la gravidanza anche in caso di malformazione del feto e di violenza sessuale subita dalla donna, limiti pesanti imposti in ‘difesa dei diritti dei non nati’, come già in precedenza avevamo scritto.

Ora la Spagna, nonostante siano lontani i fasti del primo momento luminoso del governo femminista di Zapatero, è meno al buio rispetto all’autodeterminazione: resta da vedere come reagirà il governo, se si dovessero avverare le minacce di blocco del paese da parte dei movimenti oltranzisti di destra, che hanno affermato di voler manifestare permanentemente davanti alle sedi del Partido Popular contro la decisione di Rajoy. Ma intanto questo brutto capitolo della storia spagnola si è chiuso meglio di come si era aperto, per le donne, per le famiglie e per la civiltà delle relazione tra Stato e scelte individuali in materia di procreazione.