Fermi tutti, Bruno Vespa dovrà andare in pellegrinaggio da Firenze a Monte Senario: non è vero che Matteo Renzi ha smentito se stesso non rispettando l’impegno, preso a marzo nel salotto di Porta a Porta, di saldare entro il 21 settembre tutti i debiti della Pubblica amministrazione verso le imprese pena prendersi del “buffone” dagli italiani e farsi mandare “dove io so”. A sostenerlo una nota di Palazzo Chigi diffusa a oltre 24 ore dall’esplosione della polemica sulla promessa mancata, aperta dagli artigiani di Mestre che hanno stimato l’arretrato in circa 35 miliardi di euro e alimentata nel corso di tutto il weekend da ogni parte sociale e politica. Ex ministro dello Sviluppo economico, Corrado Passera incluso.

La tesi dell’esecutivo, snocciolata in più punti, è che gli strumenti per pagare sono stati predisposti e messi a disposizione, basta che le imprese si impegnino per usarli. Massima comprensione per i creditori ‘cornuti e mazziati’, ma la colpa è delle “assurdità del passato” e delle “inefficienze” degli enti locali. Che detto dal governo dei sindaci non è poco. La sfida, però, rivendica Palazzo Chigi, è vinta nei tempi previsti. Resta indietro solo una piccolissima parte del dovuto, sostiene ancora l’esecutivo, che pure aveva appena detto di non essere in grado di sapere con certezza a quanto ammontano i suoi debiti. Ma che in coda alla nota parla di “solo” 2-3 miliardi di euro di debiti su investimenti che sono stati esclusi dai pagamenti per colpa di Bruxelles che impedisce allo Stato di sforare il 3% del deficit.

“Cerchiamo di fare un po’ di ordine sulla questione dei debiti della Pubblica Amministrazione per evitare che informazioni parziali contribuiscano soltanto a creare confusione – esordisce  il comunicato – Il dato di partenza è il seguente: oggi lo Stato non è in grado di avere una mappatura chiara, una fotografia certa dei debiti cui deve fare fronte. È il motivo per il quale la fatturazione elettronica, che abbiamo introdotto tra le novità della riforma della Pubblica Amministrazione lo scorso giugno, è lo strumento chiave per determinare, d’ora in avanti, il chi, il quanto e il quando dell’impegno preso dallo Stato nei confronti dei suoi creditori”. 

“Primo punto: abbiamo realizzato il sistema – prosegue la nota – che permetterà di controllare se tutti gli enti centrali pagano a 30 giorni. Adesso va esteso anche alle amministrazioni locali e il sistema girerà definitivamente. Secondo punto: tutti i soggetti che hanno un debito verso la Pa sono oggi – grazie all’accordo tra governo, banche e Cdp – in condizione di essere pagati. Purtroppo devono sottostare a una procedura che prevede la certificazione del credito sul sito del governo. Ma se l’operazione è complicata dal punto di vista procedurale, il concetto è molto semplice”. 

“Entro il 21 settembre – viene quindi assicurato – abbiamo messo a disposizione i soldi per pagare tutti i debiti di parte corrente. Purtroppo non tutti sono stati pagati perché il procedimento richiede un comportamento attivo (registrazione) da parte delle aziende. In un mondo normale il pagamento dovrebbe essere automatico. Purtroppo l’assurdo meccanismo del passato e l’inefficienza di molti enti locali impone di usare questa procedura. Ma – questo e il punto chiave – lo Stato si è messo nelle condizione di pagare tutti i debiti”. 

“E dunque è corretto – sottolinea infine palazzo Chigi – sostenere che la sfida di liberare risorse per pagare tutti i debiti Pa è vinta. Rimane quella di semplificare e imporre efficienza a tutta la pubblica amministrazione. Rimangono fuori da questo computo – che comunque supera ampiamente i 30 miliardi – solo quella quota parte di debiti della Pa su investimenti (stimati tra i due e i tre miliardi di euro) per i quali i soldi ci sono, ma il problema è il rispetto del 3% sul deficit”. In altri termini, “le risorse ci sono, ma rimane il problema di rispettare il patto di stabilità e non sforare il 3%. Gli unici debiti non pagabili al momento sono questi. Non 60 miliardi, come abbiamo letto da qualche parte, ma – è la conclusione – una cifra che oscilla tra i due e i tre miliardi, che rischiano di farci sforare il 3%; vincolo europeo che noi intendiamo onorare e rispettare”.

Pronta la replica della Cgia di Mestre che aveva sollevato il caso. “Forse i suoi collaboratori non l’hanno informato bene: ma sui debiti della Pa le cose, purtroppo per le imprese, non stanno come ha affermato. Il problema non è quanti soldi sono stati messi a disposizione, ma conoscere quanti soldi sono stati pagati alle imprese rispetto al debito complessivo accumulato in questi anni dalla Pa nei confronti dei fornitori”, fa sapere il segretario del’associazione, Giuseppe Bortolussi. “Tra il 2013 e il 2014 gli ultimi esecutivi hanno messo a disposizione 56,8 miliardi di euro. Al 21 luglio scorso, ultimo dato aggiornato, sono stati pagati 26,1 miliardi. Pertanto, l’incidenza dei pagamenti effettuati sul totale dei soldi messi a disposizione è pari al 46 per cento. Stando alle affermazioni rilasciate la settimana scorsa dal ministro Padoan, la Pa, dal 21 luglio ad oggi, avrebbe pagato altri 5/6 miliardi. Se li aggiungiamo ai precedenti, entro il 21 settembre dovrebbero essere stati onorati 32 miliardi di euro circa, ovvero il 56,3%. Delle risorse messe a disposizione”, ribadisce sottolineando che il problema non è quanto la Pa ha pagato sul totale dei soldi messi a disposizione, ma quanti soldi sono stati dati alle aziende sull’ammontare complessivo del debito contratto dallo Stato nei confronti delle imprese. “E’ questo il nodo da sciogliere – prosegue Bortolussi – Renzi ci può dire a quanto ammonta lo stock del debito? La verità è che non lo sa lui e nemmeno il ministero dell’Economia. Gli unici che l’hanno stimato sono i ricercatori della Banca d’Italia“.