Il motivo profondo per cui facciamo quello che facciamo è che siamo amici. Ci vogliamo un bene dell’anima e ci conosciamo da una vita. Siamo teste diverse, ma alcune cose le abbiamo in comune. Ad esempio sappiamo da sempre che nessuno di noi, nella sua vita, avrebbe mai potuto essere Enzo Pontani, Paolo Forlani, Monica Segatto o Luca Pollastri, ma ognuno di noi nella sua vita avrebbe potuto essere Federico Aldrovandi.

E’ questo il legame che abbiamo: quello con un ragazzo che avrebbe potuto essere ognuno di noi e che al posto nostro si è trovato oltre quella linea dove l’insensatezza dei poteri più miseri e meschini ci ricorda quanto non esista libertà o giustizia senza amore per la vita. Che ci porta a lottare per un mondo diverso ma possibile ogni giorno, un mondo in cui le frustrazioni di una società che tiene prigionero il nostro futuro non vengano riciclate nella repressione e nella violenza ma vengano usate per redimersi dalle catene dei divieti, delle invasioni territoriali, delle esistenze precarie, della perdita crescente di speranza.

Di parole ne abbiamo spese tante e ne spenderemo ancora, che certo non siamo bravi a lesinarle. Ma il discorso è semplice. Eravamo assieme in radio la mattina dopo quel 25 settembre maledetto, fra i primi a parlarne. Eravamo a Ferrara un mese dopo, in via dell’Ippodromo, da un amico, a chiederci come fosse possibile non vedere quelle finestre affacciate sulla strada fermare un omicidio. Eravamo in Piazza Municipale in corteo, un anno dopo, a dirci che sarebbe potuto capitare a noi. 

Il primo monologo che ho portato in giro parlava di Federico, si chiamava 990. L’abbiamo allestito assieme e rappresentato nel primo centro sociale che abbiamo avuto a mano da adolescenti. Il primo libro che mi ha regalato l’unica ragazza che sia riuscita a sopportarmi per quattro anni era Zona del silenzio, un fumetto che parla dell’uccisione di Federico, che ancora tengo di fianco al letto.Aldovrandi

La prima canzone del nostro primo disco ha un verso della prima strofa che dice “Federico se n’è andato via da solo” ed è, ovviamente, per lui. Come tanto altro, del resto. Perché questo nostro coetaneo non ha mai smesso di camminarci affianco. Perché la sua fine terribile è stata l’inizio per quasi tutto ciò che siamo noi cinque assieme.

A sabato,

Lodo

 

Federico l’hanno ammazzato e sono ancora qui che aspetto. Aspetto dal 2001, da Carlo, dai miei sedici anni e molti sogni e ideali in più. Mi aspettavo un mondo alla mia misura per quello che mi sarei immaginato da adulto, che la potenza delle mie utopie sfociasse in qualcosa di alto, di buono. L’ammissione del nichilismo è una sconfitta e provo un un senso di rabbia mista a vergogna nei miei confronti, ripercorro ogni sbaglio misurandomi con il senso di quotidianità depravata che per una volta loro non mi hanno imposto. 

Mi domando quanto ho fatto di buono per tornarne a capo di piccoli o grandi gesti che in qualche modo riscattino quello che ho perso, che vorrei non aver mai abbandonato per un senso complice di paura. Perdi i tuoi eroi e miti e non pensi mai possa succedere a te o a qualcuno vicino a te. Com’era vicino Coco alla noncuranza, Federico al sopruso, Riccardo alla scomparsa di umanità e ritornando indietro al bieco e angosciante stragismo di Stato visto dagli occhi del babbo, a contatto stretto con la negazione del futuro. La vicinanza ad uno zero di spettri la cui dignità è ancora da dare.

Ci affezioniamo a cose idiote come gli oggetti, le band, le città, le nostre piccole soddisfazioni, e fatichiamo a trovare un tetto comune non più sfaccettato ma comune ancora più alto, migliore, che abbia a che fare con il sé e con il noi.

Bebo

Questa sera a Ferrara l’evento ‘Musica per Federico’ – Il programma