Dialogo tra due medici, come riportato da il Fatto Quotidiano.

Uno dei due afferma, in preda a una dichiarata ma ondivaga crisi di coscienza, di aver partecipato poco tempo prima a un intervento cardochirurgico costato la vita alla paziente per una serie di marchiani errori a catena commessi dall’operante.

Ma il meglio dell’outing deve ancora venire.

Convocato d’urgenza per la drammatica situazione in cui versava ormai la donna a causa delle scellerate manovre “terapeutiche” effettuate sul suo corpo inerme, il primario, il soggetto cioè nella più alta “posizione di garanzia” verso il paziente in un reparto ospedaliero, avrebbe una geniale intuizione: ritenendo che la poveretta sia ormai spacciata, decide di proseguire nell’intervento chirurgico come se non fosse accaduto nulla. Sostituisce così la valvola a una persona praticamente già morta o moribonda. Sarà poi una “complicazione post operatoria”, nella versione ufficiale da fornire ai parenti, ad aver determinato la morte della paziente.

Una di quelle “complicazioni” che, nei processi penali, svolgono egregiamente il ruolo di cortine fumogene quando si tratta di accertare il nesso causale che lega una condotta errata di un sanitario a una lesione o, peggio, alla morte di un paziente.

Il direttore generale della Asl da cui dipende l’ospedale “attenderebbe di decretare la verità prima di conoscere l’esito dell’inchiesta giudiziaria.”

Il Presidente dell’Ordine dei medici competente interviene sul punto per affermare, prima di ogni altra considerazione, due elementi: 1)nessun provvedimento sarà comunque adottato prima delle conclusioni della magistratura, innanzitutto per nostra convinzione e perché così la legge impone”; 2) in immediata successione, il suo “sconcerto” per il buon nome dell’Ospedale strapazzato dal giornalista.

Non è ben chiaro quale sarebbe la legge che vieterebbe al Consiglio dell’Ordine dei medici di adottare qualsiasi tipo di provvedimento o anche solo di aprire il procedimento disciplinare nei confronti dei medici coinvolti.

L’art. 38 della legge n. 221 del 1950 che disciplina gli Ordini delle professioni sanitarie, sancisce che: “i sanitari che si rendano colpevoli di abusi o mancanze nell’esercizio della professione o, comunque, di fatti disdicevoli al decoro professionale, sono sottoposti a procedimento disciplinare da parte del Consiglio dell’Ordine o Collegio della provincia nel cui Albo sono iscritti.” E poi puntualizza che “il procedimento disciplinare è promosso d’ufficio o su richiesta del prefetto o del procuratore della Repubblica.”

Logica conseguenza di questo approccio curiosamente “autoriduttivo” delle proprie prerogative da parte del Presidente di un Consiglio dell’Ordine dei medici è l’attesa inerte delle salvifiche “conclusioni della magistratura”.

Assunto, come si è visto, sostanzialmente condiviso anche dal D.g. della Asl.

Nessuna particolare sorpresa in quest’impostazione: sono più di due decenni che, quando accade un fattaccio di cronaca avente rilievo penale (o anche no) a qualunque livello delle “classi dirigenti”, la prima ed unica reazione di chi ha un obbligo “di risposta”, giuridico o politico, è quello di “aspettare le conclusioni della magistratura”; stando rigorosamente “sereni”.

Nello stesso Paese in cui una grande e pregiata parte di quelle medesime élites sociali è usa levare alti lai contro le “invasioni di campo” degli stessi magistrati.

In questo caso, però, v’è un elemento che rende una posizione come quella in questione viepiù “curiosa”: larghi e autorevoli settori degli organismi rappresentativi della classe medica “auspicano” la depenalizzazione dell’atto medico.

Quest’ultima è materia tanto complessa che meriterebbe una trattazione a sé.

Di sicuro, però, si può affermare sin d’ora che un’ipotetica riforma in questo senso richiederebbe una grande capacità della stessa corporazione medica di autocritica e di “autosanzione” al suo interno, basata anzitutto su un’adeguata conoscenza, sin d’ora, da parte dei soggetti apicali degli organismi di categoria, dei rapporti tra procedimento penale e procedimento disciplinare; a partire proprio dalla consapevolezza dalle prerogative “punitive”già oggi in capo agli ordini.

In caso contrario, l’effetto di una riforma del genere non potrebbe che essere una delle pratiche più care, da sempre, alle già citate classi dirigenti di questo paese (non certo solo ai medici): l’(auto)indulgenza plenaria.