Frank Sinatra non sarebbe rientrato nel mio immaginario musicale giovanile, non fosse stato per due eventi, entrambi legati al suo ultimo, ultimissimo, periodo di vita. Anzi, ultimo periodo di vita e primo periodo di morte. Il primo è un racconto letto su Granta e scritto da Bono. Lo so, oggi Bono è quello che manda biglietti a Renzi, ma nella mia gioventù il cantante degli U2 ha avuto un ruolo di una certa importanza, non fosse altro perché il loro concerto allo stadio di Modena, nel 1987, all’epoca di The Joshua Tree è stato il primo raduno rock di una certa consistenza cui ho assistito.

Bono, dicevo, ha scritto su Granta un pezzo in cui parlava di Frank Sinatra. Chiunque di voi sia un fan degli U2 sa che suo padre, il padre di Bono, era un muratore irlandese poco propenso al rock. E chiunque abbia visto The Commitments, film di Stephen Frears tratto dal capolavoro di Roddy Doyle, sa quanto Frank Sinatra sia stato, lecitamente, dice il quarantacinquenne che ha sbattuto fuori di casa il giovane che un tempo abitava in me, il vero ero degli irlandesi nati a cavallo tra le due guerre.

Bono, quindi, scrive su Granta del suo incontro con The Voice, per il duetto di Under my skin, finito poi in Duets, album che sarà il saluto di Frank al mondo. Lui, ormai diventata una rockstar universale al cospetto dell’idolo di suo padre, che ancora stenta a considerare suo figlio un vero musicista (c’è chi ancora ha gli stessi dubbi, credo). La faccio breve, anche perché questo post, come consuetudine, parte da un argomento per trattarne un altro, come la struttura degli episodi dei Simpsons mi hanno insegnato.

Bono incontra l’idolo di suo padre, lo umilia abbastanza in studio di registrazione, dando una prova maiuscola, e poi si ritrova, suo malgrado a finire a casa del vecchio Frank. Il quale, da uomo duro qual è, gli chiede cosa voglia da bere. È a questo punto che l’emozione ha la meglio sul Bono, che se ne esce con un “prendo un Cointreau”. Sto andando a memoria, sia chiaro. Frank lo guarda e dice qualcosa come, “Non sapevo che anche gli uomini bevessero Cointreau”, salvo poi servirgliene un bicchiere bello pieno. Superato l’imbarazzo per il passo falso Bono ingurgita il liquore, poi, presumibilmente un altro, e un altro ancora. Dico presumibilmente perché nel racconto di Bono c’è un black out. Black out da cui Bono esce all’improvviso, male. Si sveglia, infatti, stravaccato sul divano buono di Frank. E si accorge di essersela fatta addosso, ubriaco.

Ecco, io ho trovato questo racconto, di una rockstar contemporanea che incontra una pop star del passato, notevole, e sono andato a studiarmi Frank Sinatra. È stata una notevole scoperta, come dire: se non lo conoscete fate altrettanto.

Il secondo episodio legato a Frank Sinatra è molto più breve. Nel maggio del 1998, tre anni dopo l’uscita di Duets, vado sempre a memoria, The Voice ha il quarto infarto della sua vita, pochi se pensate a quanto ha vissuto e come ha vissuto, e muore. Le cronache ci dicono che viene messo nella cassa con indosso i colori della sua squadra del cuore, il Genoa.

Ora, ho la sensazione che cominciare a ragionare su come vorrò essere vestito dentro la cassa non sia esercizio carico di buoni auspici, ma questa cosa qui, a me che tifo Genoa per scelta, non per natali, mi ha colpito parecchio, anche di più di Bono che si ubriaca di Cointreau sul suo divano. Questo per dire che, giorni fa, ho visto una foto di Jack Savoretti con la maglia rossoblu in mano, e questo fatto mi ha convinto che ascoltare la sua musica era cosa buona e giusta, fatto che già albergava in me per questioni meramente estetiche. Il cognome Savoretti, come il cognome Sinatra, tradisce origini italiane, e il fatto che lui scriva bellissime canzoni in inglese è solo un dettaglio facilmente superabile.

Lo so, può non sembrare, ma questo è un post su Jack Savoretti, un cantautore di origini italiane, genovesi, per la cronaca, che ha sfornato, nel corso di una manciata d’anni, tre album di altissimo livello, Between the minds, Harder than easy e Before the storm. Tre album di cui, nel resto del mondo, si è parlato parecchio, al punto che il nostro si è ritrovato a collaborare con Paul McCartney e a aprire concerti per Bruce Springsteen. Non si chiamasse Savoretti, c’è da scommetterci, avrebbe successo anche da noi, molto più esterofili di quanto ci ripetiamo ad alta voce. Lo scambieremmo per un cantautore americano, visto il suo stile figlio di quella scuola, e metteremmo la sua musica in auto, prima di lunghi viaggi. Io, che con lui ho la passione per il Vecchio Grifone, mi aspetto che mi inviti a bere un caffè a Lugano, dove vive, a parlare di musica e di calcio, per poi raccontarvene.