Una sentenza per salvare, almeno temporaneamente, una parte delle poche cliniche che ancora praticano l’aborto. Succede in Texas, il secondo Stato più popoloso degli Stati Uniti. Un giudice federale di Austin, Lee Yeakel, ha infatti deciso che le nuove leggi del Texas, in vigore da lunedì prossimo, sono incostituzionali perché limitano in modo “non dovuto il diritto delle donne di abortire”. Le autorità dello Stato, guidato dal governatore repubblicano Rick Perry, hanno già annunciato ricorso contro la sentenza.

Il caso texano è emblematico delle nuove forme che la battaglia politica e culturale sull’aborto sta assumendo negli Stati Uniti. L’anno scorso Perry e i repubblicani hanno sponsorizzato una legge che impone alle cliniche abortiste il rispetto delle stesse regole adottate nei maggiori ospedali. Si tratta di norme che riguardano la larghezza dei corridoi, l’altezza dei soffitti, la presenza di impianti di condizionamento dell’aria particolarmente avanzati e persino l’ampiezza dei posti macchina nei parcheggi.

Secondo le autorità dello Stato sono misure necessarie per garantire la sicurezza delle donne. Per i dirigenti delle cliniche, e per gruppi a difesa del diritto d’aborto come la “Whole Woman’s Health”, l’obiettivo nascosto della legge è invece quello di porre una serie di ostacoli economici e normativi che porterebbero all’inevitabile chiusura delle strutture. In effetti, nel caso la legge fosse entrata in vigore, almeno una dozzina di cliniche, delle diciannove ora operative, avrebbero dovuto chiudere per sempre. Le cliniche abortiste sarebbero rimaste per la gran parte concentrate nei grandi centri dello Stato – Dallas, Houston, Austin, San Antonio – costringendo le donne delle altre aree del Texas, il secondo Stato per ampiezza dopo l’Alaska, a viaggiare centinaia di miglia prima di raggiungere una clinica.

Va tra l’altro notato che nel novembre 2012 le cliniche abortiste dello Stato erano 41. Sono diventate diciannove dopo il passaggio di un’altra norma, la cosiddetta “admitting privileges provision”, che impone ai medici di vivere a meno di trenta miglia dalle cliniche dove operano e praticano gli aborti. Il giudice Yeakel ha deciso che le nuove regole – quelle su ampiezza e messa a regola degli impianti – avrebbero portato ad altre chiusure. Come fatto notare dai dirigenti della “Whole Woman’s Health”, i costi medi di messa a regola sono di almeno 3 milioni di dollari; costi difficilmente sostenibili e, appunto, preludio alla fine delle operazioni per la gran parte delle cliniche.

Si tratterebbe di una sorta di “completo bando all’aborto”, ha scritto il giudice Yeakel motivando la sua sentenza. Di diverso parere le autorità repubblicane dello Stato. Secondo l’attorney general del Texas, Greg Abbott, anche con l’entrata in vigore delle norme l’86% delle donne texane vivrebbe comunque a meno di 150 miglia da una clinica. Una distanza ragionevole e percorribile, secondo Abbott, nel caso una donna voglia abortire. Al di là della sentenza di queste ore, lo scontro politico e legale in Texas è comunque emblematico perché rivela le nuove strategie degli antiabortisti d’America.

L’obiettivo a medio termine di molti gruppi cristiani e conservatori non è infatti più la cancellazione della “Roe v. Wade”, la sentenza della Corte Suprema del 1973 che legalizzava l’aborto. Troppo lunga e incerta sarebbe infatti la battaglia giudiziaria e politica per arrivare a una negazione “di principio” del diritto d’aborto. La strada scelta è stata allora quella, molto più pragmatica, della messa a punto di ostacoli legali che rendano “di fatto” difficile abortire. In questi anni le assemblee legislative di Alabama, North Carolina, Mississippi, Virginia, Wisconsin, oltre che ovviamente il Texas, hanno lavorato in questo senso, approvando leggi che vanno dal numero di miglia minimo entro cui un dottore deve vivere all’obbligo di periodi di attesa o ultrasuoni obbligatori per le donne a standard difficili da rispettare per le cliniche. Le leggi sono state definite “un attacco al corpo delle donne” da parte dei gruppi abortisti e hanno portato alla riapertura di un nuovo, durissimo scontro politico e civile sull’aborto negli Stati Uniti.