Accadrà che ci domanderemo, alcuni lo stanno già facendo, se valga la pena raccogliere i corpi dei migranti in mare. Oramai sono morti, ha senso sprecare energie e soldi per dare loro una sepoltura già felicemente avvenuta? La crisi economica riduce ogni spazio per la comprensione e la solidarietà, e la faticosa conta delle zattere della disperazione, la quotidiana misura di un’invasione di corpi che non riusciamo a ospitare, restituisce alla nostra umanità un senso di smarrimento, di afasia. Ma questi sono motivi decenti per perdere ogni seme di civiltà, sono ragioni sufficienti per farci incamminare verso la barbarie?

Dobbiamo davvero augurarci che il mare, il Mare nostrum, divenga vasca per morti, luogo di un genocidio indiscriminato, al quale guardiamo senza più stupore e senza nemmeno più commiserazione? Facciamo invece il conto delle operazioni militari internazionali che si susseguono, proviamo a indicarne almeno un paio dove l’intervento armato abbia contribuito a risolvere anziché acuire i vari conflitti regionali. Proviamo poi a fare la resa del conto, a mettere in ordine le spese in vite e in finanze e – una a una – addizionarle. Armi e morti e poi armi e altri morti e poi ancora armi…

L’unica risposta efficiente dell’Occidente è divenuta la chiamata alle armi, per via diretta o negoziata. Scomparsa dall’agenda alcuna forma di mobilitazione pacifica internazionale, di quella che trent’anni fa da noi fu chiamata Cooperazione allo sviluppo (defunta per il peso della nostra corruzione che la depredò rendendo anche quella missione uno strumento per fare affari loschi lontani da casa). Abbiamo bombardato Gheddafi, esultato alla primavera araba, sostenuto la rivolta tunisina e poi, quando l’azione della nostra civiltà e l’aiuto, l’attenzione dei nostri governi avrebbero dovuto agevolare una benché minima tenuta democratica, siamo corsi via, infischiandocene di ciò che sarebbe accaduto. La Libia è così divenuto un pontile per affamati, una piattaforma di transito per l’umanità dolente che cerca con la fuga una prova della dignità della vita.

Questo evento logico nella sua disperazione è stato trasformato da noi in una prova insostenibile di resistenza al proprio destino di morte. L’Italia ha messo in campo la Marina militare che ha svolto, nei limiti della sua funzione, un compito egregio, riuscendo a salvare centinaia di migliaia di persone. Anche questa minima ma essenziale azione di protezione civile pare divenuta esorbitante. Il ministro dell’Interno Alfano chiede che la nostra marina sia sostituita da altre. Venga l’Europa a organizzare se non l’accoglienza almeno la conta dei morti. Siamo a un passo dall’azione di osservazione muta dell’olocausto in mare: lasciamo che i morti nutrano le acque e facciano da scudo al nostro terrore, siano ammonimento ai prossimi in arrivo: se salpi muori, ti conviene?

Il Fatto Quotidiano, 26 agosto 2014