“Non fare più macchine a Termini Imerese sarebbe una sconfitta, in questi quattro mesi bisogna affrontare il tema dello stabilimento”. Il premier Matteo Renzi, in visita nel Comune siciliano, ha commentato così la spinosa situazione dell’impianto abbandonato da Fiat nel 2011. A dicembre, infatti, scade la cassa integrazione per i 1.100 operai della fabbrica. “Il governo c’è e farà di tutto per riaprire lo stabilimento”, ha assicurato il presidente del Consiglio via Twitter. I sindacati e i lavoratori che lo hanno incontrato si aspettavano un chiarimento sulla voce, circolata nei giorni scorsi, di un contatto del premier con un’azienda cinese che fonti sindacali individuano in Brilliance China Automotive. Resta da capire se è a questo gruppo che ha alluso Renzi quando ha detto: “Se la Fiat va nel mondo, non possiamo impedire che case automobilistiche straniere investano in Italia. Un grande gruppo automobilistico cinese è interessato ad investire in Italia. Già ci sono stati numerosi contatti, bisogna verificare se Termini Imerese rientrerà in questa operazione”.  Forse un’indiretta risposta al segretario della Cisl Sicilia, Maurizio Bernava che poco prima aveva dichiarato: “A Renzi chiediamo investimenti veri e investitori seri per Termini Imerese”. Ma le aspettative di un chiarimento esaustivo sono rimaste tali. “Se sullo stabilimento Fiat c’è una proposta vera, si vanno a vedere le carte”, è stato il solo accenno del presidente del Consiglio alle trattative in corso. Le proposte, almeno sulla carta, ci sono e sono in discussione al ministero dello Sviluppo economico. In campo ci sono già le aziende Mossi&Ghisolfi, pronta a produrre biocarburanti di seconda generazione, e Landi Renzo, attiva nel settore dei motori a gpl e metano. Ma, al netto del cavaliere cinese, l’offerta più rilevante, in termini di investimenti e di forza lavoro, è quella di un’azienda di recente costituzione, Grifa, Gruppo italiano fabbrica automobili.

Il piano della società prevede, a regime, la produzione di 35mila piccole vetture ibride all’anno: per ottenere questo obiettivo, la società si dice pronta ad aprire il portafoglio, ma anche a utilizzare parte dei 750 milioni di euro messi sul piatto dal ministero dello Sviluppo economico e dalla Regione Sicilia. “Investiremo 350 milioni di euro in tre anni – ha spiegato a L’EspressoGiancarlo Tonelli, consulente e responsabile delle relazioni istituzionali di Grifa – I cento del capitale e altri 250 grazie ai finanziamenti delle istituzioni, denari che pagheremo un po’ meno di quanto faremmo andando a reperirli sul mercato, e che restituiremo: non si tratta di quattrini pubblici a fondo perduto, ci tengo a precisarlo”. E, sostengono sempre da Grifa, verranno dal Brasile i milioni da investire nell’auto ibrida. Lo scorso 21 luglio, il consiglio di amministrazione ha deliberato un aumento di capitale da 25 a 100 milioni che dovrebbe essere funzionale all’entrata in scena dei brasiliani del fondo Kbo Capital, visto che con l’operazione i sudamericani conquisteranno il 75% della società. Nonostante la sua breve vita – l’azienda è stata costituita nel marzo 2014 -, Grifa si prepara così a cambiare volto non appena ottenuta udienza al ministero che sta gestendo la partita. Ma finché l’assemblea non definirà il nuovo assetto societario con l’ingresso brasiliano, il timone dell’azienda resterà in mano ai soci fondatori e ai dirigenti italiani.

E sono almeno due le parole d’ordine degli uomini al comando di Grifa: mattone e Lingotto. Tra la proprietà e l’amministrazione, si intrecciano vecchi dirigenti Fiat e imprenditori nel settore immobiliare, con l’aggiunta di presunti prestanome e di società attive nel campo dell’energia. Risalendo dal basso la struttura societaria, infatti, il primo nome che si incontra è quello di Energy Crotone 1, proprietaria del 100% di Grifa: l’azienda, con sede a Bolzano, si occupa di energia eolica, ma è difficile parlare della sua attività, dal momento che l’ultimo bilancio consultabile risale al 2007. Quanto alla proprietà, Energy Crotone 1 è in mano alla società immobiliare Professional asset management, a sua volta posseduta al 95% dall’imprenditore Raffaele Cirillo: la sua figura è legata al settore del mattone, dalla mediazione immobiliare a studi di architettura e ingegneria. Amministratore dell’azienda è, secondo quanto riportato dal Sole 24 Ore, un “probabile prestanome”, Kiala Dielunguidi, nato in Congo, che risulta ricoprire cariche societarie in decine di imprese tra Roma, Firenze, Lecce e Milano, soprattutto nel settore immobiliare.

A tenere le redini dell’amministrazione di Grifa, invece, è l’amministratore delegato Augusto Forenza. E qui comincia a fare capolino il nome del Lingotto: il manager, infatti, è stato legato a un’azienda fornitrice di Fiat a Melfi, oltre che anche al fallimento del Basket Napoli nel 2009, avvenuto proprio mentre lui ne era amministratore delegato. Nel 2008, la procura federale della Fip, Federazione italiana pallacanestro, lo ha deferito ”per aver predisposto e consegnato un documento falsamente attestante la regolarità contributiva della società” ai fini dell’iscrizione al campionato: la squadra partenopea è stata esclusa dal torneo per le irregolarità amministrative. Forenza, poi, è anche socio di maggioranza della società Immobiliare Le Rughe 2005, impresa cui sono legati anche Paolo Cappellani ed Ezio Proia, rispettivamente presidente e consigliere di Grifa. Ad affiancare il cda, inoltre, ci saranno alcuni ex dirigenti Fiat in veste di consulenti. Partner dell’operazione, infatti, sono due società di consulenza, pronte a farsi avanti soprattutto nei primi 18 mesi di attività. Si tratta della Walking World Consulting, posseduta da Giancarlo Tonelli e Giuseppe Ragni, entrambi con un passato in Fiat e Alfa Romeo, e della Leonardo Italian Engineering, un’azienda controllata dalla già citata Immobiliare Le Rughe 2005 di Augusto Forenza.

Ma Grifa si avvarrà anche dei consigli di un altro ex pezzo grosso della galassia Fiat, Giovanni Battista Razelli. Fratello di Eugenio, presidente della Magneti Marelli, Razelli è stato dirigente della Ferrari, dell’Alfa Romeo e della filiale sudamericana di Fiat. Da cui, si dice, l’aggancio con gli investitori brasiliani. Il suo nome, tuttavia, è noto anche per comparire tra i manager Alfa Romeo coinvolti nell’inchiesta sull’amianto nello stabilimento di Arese: a partire da novembre, saranno processati per l’omicidio colposo di 15 operai.