“Di entusiasmo ce n’è poco, ci auguriamo che si possa aprire una stagione nuova”. Roberto Mastrosimone, sindacalista Fiom Cgil, sintetizza così lo stato d’animo dei lavoratori di Termini Imerese di fronte all’ultima proposta per rilanciare lo stabilimento siciliano della Fiat che ha fermato l’attività alla fine del 2011. Del resto dopo tre anni di promesse, bluff e teatrini vari sulla sorte dell’impianto del Lingotto, la prudenza è d’obbligo. Gli ultimi aspiranti cavalieri bianchi, candidati a dare nuova linfa all’area, si chiamano Mossi e Ghisolfi e Grifa, Gruppo italiano fabbrica automobili. Quest’ultima azienda ha appena presentato il suo progetto in un incontro al ministero dello Sviluppo Economico: produrre auto ibride ed elettriche, 35mila vetture all’anno, con un riassorbimento di almeno 400 persone. I dettagli del piano, tuttavia, saranno presentati l’8 luglio, sempre al ministero. “I dirigenti di Grifa ci hanno annunciato che porteranno il capitale da 25 a 100 milioni di euro – aggiunge Mastrosimone – E’ un buon segnale, ma serve anche la collaborazione di Fiat e delle istituzioni”. Già, perché le casse pubbliche si sono impegnate da tempo a fare la propria parte nell’operazione: tra ministero dello Sviluppo economico e Regione Sicilia, sono in ballo finanziamenti fino a un massimo di 750 milioni euro. Una torta che, ad oggi, ha ingolosito non pochi pretendenti, che poi si sono rivelati sistematicamente un bluff. Un motivo in più per tenere alta l’attenzione sugli attuali candidati al rilancio dell’area.

Le offerte sul tavolo – Partiamo da Grifa, l’ultima arrivata, pronta a produrre vetture ibride. Secondo fonti del ministero, la società, costituita appena due mesi fa, conta di assumere 400 persone. Il controllo di Grifa è in mano a Energy Crotone 1, un’azienda che, a dispetto del nome, ha sede a Bolzano e si occupa di energia eolica: tuttavia, nell’ultimo bilancio consultabile, che risale al 2007, si legge che “la società non ha ancora svolto alcuna attività operativa in quanto a tutt’oggi ancora in attesa delle necessarie autorizzazioni per l’avvio della realizzazione degli impianti eolici“. A sua volta, Energy Crotone 1 è posseduta dalla società immobiliare Professional asset management di Raffaele Cirillo, imprenditore pugliese che nella vita si è occupato più di mattoni che di macchine ibride: il suo nome è legato, nel presente e nel recente passato, al settore della mediazione immobiliare, a società di amministrazione di condomini, a studi di architettura e ingegneria.

Nel futuro di Termini, però, non si intravedono solo auto, ma anche carburanti di seconda generazione. Candidata a produrli è la Mossi e Ghisolfi, multinazionale attiva nel settore della chimica e con sede a Tortona, in Piemonte, ma con filiali anche in Brasile e Messico. Il tallone d’Achille dell’azienda sono gli ultimi bilanci di M&G Finanziaria, la holding del gruppo che gestisce le partecipazioni in società industriali del settore chimico: in perdita nel 2011 (26 milioni di euro) e nel 2012 (870mila euro). L’attività principale del gruppo è la produzione di Pet, cioè la plastica di cui sono fatte le bottiglie e molti altri contenitori: l’azienda si vanta di essere il terzo produttore mondiale nel settore. L’altro ambito in cui opera Mossi e Ghisolfi è quello dei prodotti chimici derivati da biomasse, un’attività già praticata nella raffineria di bioetanolo a Crescentino, in provincia di Vercelli, e che l’azienda vorrebbe esportare a Termini. Stando a quanto dichiarato a Italpress dall’assessore siciliano alle Attività Produttive Linda Vancheri, la società è pronta a mettere sul piatto 200-250 milioni di euro e, secondo fonti sindacali, ad assumere circa 200 persone.

Oltre a queste aziende, si è fatta avanti anche una terza impresa, ancora senza un nome, la quale, secondo una nota del ministero dello Sviluppo, “ha presentato un progetto per la realizzazione di componenti ad elevato contenuto tecnologico destinati alla realizzazione di apparecchiature per l’accumulo di energia”. Secondo i sindacati, questa società intende dare lavoro a un centinaio di dipendenti.

La partita dei finanziamenti pubblici – Sciolto, almeno in parte, il nodo dei soggetti imprenditoriali pronti a fare ripartire Termini, ora resta da capire come e in che misura beneficeranno di aiuti pubblici. A questo proposito, nel febbraio del 2011 era stato firmato un accordo di programma che rimane il testo di riferimento sul tema: nel verbale di un incontro al ministero, datato 14 aprile 2014, si legge che “è stato confermato l’impegno finanziario complessivo” già indicato nel documento, anche se dallo stesso ministero fanno sapere che “è in corso una nuova definizione” dell’intesa. Anche perché, è bene ricordarlo, i finanziamenti pubblici sono calcolati in base al piano industriale presentato dalle aziende.

In attesa di dati ufficiali, è utile rispolverare quell’accordo di programma per capire quanto le istituzioni siano pronte a spendere per rilanciare Termini Imerese. La Regione Sicilia si impegnava a “concorrere all’iniziativa per un importo non superiore a 350 milioni di euro”. Nel dettaglio, 150 milioni erano destinati alle infrastrutture, mentre 200 milioni dovevano cofinanziare i cosiddetti “contratti di sviluppo“, cioè gli accordi di sostegno ai grandi investimenti industriali da parte dello Stato: contributi a fondo perduto per i macchinari e per le spese, abbattimento degli interessi, finanziamenti agevolati.

Palermo, inoltre, si diceva pronta a garantire agevolazioni regionali in forma di credito di imposta per i nuovi investimenti, sgravi contributivi, contributi fissi per l’assunzione di nuovi dipendenti e interventi di formazione. Ma anche Roma si era impegnata a fare la sua parte. In particolare, il ministero dello Sviluppo Economico si diceva disponibile a ricorrere a un fondo dedicato alle “misure per fronteggiare le situazioni di crisi, tra cui quelle degli stabilimenti Fiat di Pomigliano d’Arco e di Termini Imerese”, pari a 300 milioni di euro, e a “ulteriori risorse (…) in una misura attualmente pari a 100 milioni di euro”. Insomma, in attesa di conoscere i dettagli delle proposte da parte delle aziende, le casse pubbliche, stando all’ultimo accordo di programma, sono pronte a contribuire fino a un massimo di 750 milioni di euro.

La lunga serie di bluff, tra fallimenti e guai giudiziari – E se i finanziamenti pubblici sono ancora da definire, di certo rimane lo scetticismo dei lavoratori. “Finché non vedremo aperti i cancelli dello stabilimento e i macchinari in funzione, non possiamo stare tranquilli”, è il commento di Mastrosimone. In effetti, negli ultimi anni gli oltre 1100 dipendenti in cassa integrazione (700 Fiat, 400 dell’indotto) hanno visto passare troppi aspiranti cavalieri bianchi per potersi ancora illudere. L’ultimo è stato il bluff della Dr Motor di Massimo Di Risio, la società molisana che voleva investire 150 milioni mentre non pagava gli stipendi ai propri dipendenti. Prima ancora era stata la volta di “Sunny car in a sunny region”, il piano in formato slogan della Cape Rev di Simone Cimino, intenzionata a fabbricare auto elettriche: un progetto andato alla deriva, anche in seguito ai guai giudiziari dello stesso promotore.

Il fondatore Cimino, infatti, è sotto processo a Milano per aggiotaggio e la stessa procura lombarda ha aperto un fascicolo a carico di ignoti per accertare eventuali reati di natura fallimentare nel concordato preventivo di Cape Live, altra creatura del finanziere agrigentino. I problemi con la giustizia non hanno risparmiato neanche i vertici dell’azienda Fratelli Ciccolella, attiva nel settore floro-vivaistico e anch’essa interessata a investire su Termini: il presidente e amministratore delegato Corrado Ciccolella è stato indagato per truffa e bancarotta fraudolenta, anche se in relazione a un’altra azienda. E’ stata invece la sentenza di fallimento, nel 2012, a porre fine alle ambizioni  su Termini Imerese da parte della casa automobilistica De Tomaso dell’ex presidente di Telecom Gianmario Rossignolo, anche lui travolto dai guai giudiziari e ambiziosi progetti di resurrezione di stabilimenti mai realizzati.