Mentre riparte il carosello sull’articolo 18 la campana suona per il sempre evocato e poi dimenticato popolo delle partite Iva. L’ultimo rintocco è arrivato pochi giorni fa dal Mef: a giugno le nuove posizioni aperte sono state 38.111 e hanno segnato un – 3,8% rispetto allo stesso mese del 2013. Il calo si accoda a un filotto di altri “meno”: -7% a maggio, –3 ad aprile fino al -9 di gennaio. Il funerale è certificato dal numero di posizioni chiuse: dal 2008 a oggi si sono estinte 500mila imprese individuali, schiantate dalla crisi, costrette dalle tasse e dalla burocrazia a un lento e inesorabile suicidio sotto gli occhi di tutti. Nel 1992 gli autonomi con partita Iva erano 7,5 milioni, oggi non arrivano a sei. Un milione e mezzo di lavoratori allevati nel culto dell’autonomia, col refrain dell’essere imprenditori di se stessi sono finiti dunque a ingrossare i numeri della disoccupazione o alimentare le forme del lavoro parasubordinato e precario.

Molti gli appelli, della Cgia di Mestre, di Rete Imprese, Confartigianato e Confcommercio per quella che sembra la cronaca di una morte annunciata. La categoria e le sue afflizioni, per un lungo ventennio, sono stati oggetto di alterne attenzioni della politica e del legislatore che hanno guardato al fenomeno in modo contraddittorio, indulgente a destra perché comunque elettorato, punitivo a sinistra perché associato all’evasione fiscale. Uno strabismo che ha favorito la coazione a non occuparsene affatto, ad annunciare riforme e provvedimenti mai arrivati o misure inefficaci rimaste spesso sulla carta, a costellare di note il requiem delle partite Iva.

E’ appena successo, infondo, col decreto Irpef. Matteo Renzi, incalzato a destra da Ncd e a sinistra da Sel, aveva fatto balenare la possibilità di estendere il bonus di 80 euro anche agli autonomi. L’ipotesi è durata giusto qualche settimana, passando dal “non garantisco” a un più vago impegno a rimandare tutto al 2015, salvo coperture. Ancora una volta una cocente delusione ben descritta dalle parole di Anna Soru, presidente dell’Acta (Associazione consulenti terziario avanzato), che rappresenta i lavoratori autonomi di seconda generazione, che non hanno un ordine professionale di riferimento, come traduttori, grafici, creativi, professionisti del web. E di Paola Ricciardi, esponente di Iva sei partita, un’associazione di architetti e ingegneri nata nel 2011 per combattere il fenomeno delle finte partite Iva. 

Anche il lessico che viene usato, talvolta, rivela dove si collochi il popolo dimenticato. A maggio si è registrata la prima fiammata di notizie sulla necessità di aggiustare i conti pubblici con una manovra correttiva. Renzi, risoluto, la nega e rilancia: “Governo esclude manovra, bonus a incapienti e partite Iva nel 2015” (Ansa, 14/05/2013). Incapienti e Partite Iva, nella geografia politica, pari sono. Come se i secondi non fossero categoria produttiva, e tra le più sfiduciate e mortificate nell’era infinita della crisi e della precarietà. Sarà più clemente qualche settimana dopo, annunciando futuri sgravi fiscali “per incapienti, partite Iva e pensionati”. 

LA LUNGA LISTA DI PROMESSE – Nella campagna elettorale del 2001 un energico Giulio Tremonti sosteneva di fronte agli imprenditori veneti che “Le partite Iva sono il nostro azionista di governo”, accreditano, niente meno, che il programma economico del centrodestra fosse “tarato sulla logica dei padroncini”. E dunque alternativo alla sinistra, che coi sindacati difende solo l’occupazione nella grande impresa e i dipendenti pubblici. Ma nel 2008, quando aveva l’occasione di dimostrarlo concretamente, anche lui ha mancato l’appuntamento. Nelle prime bozze del suo “decreto anticrisi”, quello che prevedeva bonus una tantum per famiglie e anziani, una riga estendeva il beneficio al popolo degli ivati. Nella versione definitiva quella riga sparì, lasciandolo ancora una volta orfano tra le priorità del governo Berlusconi. In Sardegna la reazione fu furibonda, con gli agricoltori e gli artigiani che inscenarono un corteo con carro funebre, una bara portata a spalla da sei manifestanti con un annuncio tetro: “Per la scomparsa delle partite Iva a causa delle vessazioni dello Stato“.

Col governo dei tecnici si scoprì poi che il problema delle partite Iva non è tanto o solo l’eccesso di prelievo fiscale e di burocrazia e il difetto di diritti sociali e forme di integrazione al reddito, quanto il fenomeno delle “false partite Iva”, quelle che in realtà nascondo un rapporto di lavoro subordinato. Verissimo. Ma l’antidoto della riforma Fornero si è rivelato tanto inefficace che ha finito, paradossalmente, per alimentare la disoccupazione. Da una parte, e i giuslavoristi l’hanno segnalato per tempo, è mancato l’incentivo alle aziende per regolarizzare i collaboratori, dall’altra gli stessi requisiti per definire falsa una partita Iva erano troppo stringenti per rappresentare una vera minaccia per i datori: per fare causa bisognava dimostrare di lavorare per una stessa azienda da almeno otto mesi, di guadagnare meno di 18mila euro lordi (9-10mila euro netti o giù di lì) e di ricavare almeno l’80% del proprio reddito da quell’unico datore. Per non dire dell’esclusione delle professioni soggette a ordine professionale che sono una fetta importante del popolo delle partite Iva. I numeri certificano che la sperata “emersione” non si è verificata. Del ricollocamento della partite Iva “per costrizione” sotto il giusto contratto non c’è traccia mentre non è ingeneroso collegare la crescita della disoccupazione, soprattutto tra i giovani, agli effetti della revisione dell’articolo 18 che la Fornero ha iniziato a smantellare, cancellando il reintegro automatico in caso di licenziamento illegittimo sostituito da un’indennità. Esaurita la buonuscita, il lavoratore senza occupazione bussa alla stessa porta e accetta anche di fare fattura. L’ex datore si sfrega le mani e ringrazia.

TOCCA A POLETTI – I controlli svolti con pochi mezzi nel 2013 dagli Ispettorati del lavoro e dall’Inail hanno stanato 19mila contratti di collaborazione a progetto e partite Iva farlocchi. Come svuotare il mare con un cucchiaio. Non è cambiato nulla. L’impotenza ha indotto il popolo ivato a unirsi alla protesta nazionale che lo scorso febbraio ha avuto epicentro in Piazza del Popolo. In testa al corteo di 30mila persone, catapultate a Roma con 400 pullman e 7mila posti in treno e 2mila in aereo, c’erano loro. Che possa ripetersi da un momento all’altro, con l’economia che affonda nella terza recessione nel giro di sei anni, lo sa anche l’attuale ministro del Lavoro. Giuliano Poletti sta lavorando al secondo tassello del JobActs, la legge delega che inizierà la discussione il 2 settembre prossimo a Palazzo Madama per essere calendarizzata a gennaio. E’ basata su cinque capitoli, tra cui spiccano la riforma degli ammortizzatori sociali, con una previsione di estensione dell’assegno di disoccupazione involontaria (Aspi), e la semplificazione delle procedure e degli adempimenti in materia di lavoro a carico di cittadini e imprese. E i professionisti della fattura tornano a sperare, anche se il primo atto della riforma non ha dato loro grande prova di attenzione. Anzi, le partite Iva non c’erano proprio. Poletti, nel frattempo, fa sapere che non si capacita proprio della persistenza dei datori nel ricorrere a rapporti di lavoro “utilizzati in modo improprio, strumentale, che mascherano in realtà rapporti di lavoro subordinato”. Una prassi “tanto più ingiustificata – dice – considerati i nuovi contratti a termine che mettono al riparo l’imprenditore dal rischio di contenziosi e garantiscono al lavoratore le stesse tutele del contratto a tempo indeterminato”. Evidentemente neppure il primo JobsAct, che ha cancellato l’obbligo di specificare il motivo dei contratti di lavoro a termine e innalzato il loro numero a otto nell’arco di tre anni, ha sortito effetti. Certo non sull’occupazione, meno che mai per il popolo di mezzo.