Mauro Moretti, che è un riminese incazzoso, probabilmente avrebbe sbattuto i pugni sul tavolo promettendo sfracelli. Il suo successore alle Ferrovie, Michele Elia, un pugliese prudente e dai modi garbati, la faccenda l’ha posta a suo modo, senza strepiti, tra il serio (molto) e il faceto (poco), ma l’ha posta. Seduto dirimpetto al ministro dei Trasporti, il ciellino Maurizio Lupi, per l’ennesimo accaldato incontro sul brutto e intricatissimo affare dell’aumento del costo dell’elettricità per i treni, gli ha ricordato che stando così le cose, se proprio ai materassi tutta la storia doveva finire, se proprio il governo si incaponiva a picchiare come un maglio sulle ferrovie pubbliche e private, passeggeri e merci, rincarando le tariffe elettriche con quel decreto che da un passaggio all’altro nelle aule parlamentari diventa sempre più indigesto, allora le Fs si sarebbero rimesse a produrre l’elettricità da sole come facevano una volta chiedendo di riavere indietro quelle centrali idroelettriche di cui furono proprietarie fino all’inizio degli anni Sessanta. Impianti che allora le stesse Fs trasferirono diligentemente allo Stato ai tempi della nazionalizzazione dell’energia elettrica, ma che non cedettero ad esso a titolo definitivo e senza contropartita. Lupi che forse quella storia non la conosceva, si è guardato intorno smarrito, come se sulla poltrona dall’altra parte del tavolo si fosse materializzato un alieno.

A riunione finita, i tecnici del ministero gli hanno spiegato con calma che l’amministratore delle Ferrovie non stava affatto scherzando: il problema esiste. E’ una storia polverosa che sembrava dimenticata da tutti, anche se è grossa come una casa. Anzi, è una bomba innescata che finora nessuno aveva fatto esplodere perché non ne aveva convenienza. Ora le cose stanno rapidamente cambiando. Le centrali ex Fs non furono nazionalizzate mezzo secolo fa tout court come le altre di proprietà dei privati sulla base di un indennizzo. Furono solo passate dalle Ferrovie all’Enel con un decreto presidenziale del 22 maggio 1963. Una specie di convenzione in cui grosso modo si fissavano due principi: il giovane ente elettrico (allora aveva appena un anno di vita) incamerava gli impianti elettrici delle Fs, da quello di Bressanone sull’Isarco a quello di rio Pusteria, da quello di Monastero sull’Adda a quello di Bardonecchia, da Suviana a Larderello, senza sborsare una lira. In cambio si impegnava a fornire alle Ferrovie l’elettricità di cui avevano bisogno “in perpetuo”, al costo industriale calcolato sulla base di complicatissime formule.

Da allora il settore dei treni ha cambiato pelle: sulle rotaie viaggiano le Frecce rosse dell’Alta velocità delle Ferrovie statali, ma anche gli Italo privati della Ntv di Luca Cordero di Montezemolo e Diego Della Valle. E insieme ai treni merci delle Fs pubbliche circola un pulviscolo di vagoni di società private italiane e straniere. Una cosa, però, è rimasta la stessa: la rete ferroviaria era ed è pubblica. La società che gestisce i binari si chiama Rfi (Rete ferroviaria italiana) e anche se a quei tempi esisteva solo come ramo dell’ente Fs, oggi come allora è delle Fs, società per azioni ma per intero di proprietà dello Stato. È Rfi che ogni giorno compra l’elettricità necessaria per far circolare i treni, da un minimo di 900 Mega-watt fino a 1.200 quando ci sono picchi di traffico. E poi la rivende alle aziende che fanno viaggiare locomotori e carrozze, pubbliche e private, passeggeri e merci, da Trenitalia a Ntv da Trenitalia Cargo a Gts Rail a RailOne del gruppo Toto.

Il patto elettrico sancito mezzo secolo fa tra le Fs e lo Stato continua quindi ad essere valido. E il decreto del governo Renzi che impone l’aumento delle tariffe elettriche è come se fosse stato scritto da qualcuno che quel patto ignorava del tutto. O che sapendo della sua esistenza, se ne è bellamente fregato. O ha prestato ascolto solo a ciò che informalmente sostiene l’Enel (che ufficialmente tiene la bocca cucita), cioè che il problema non esiste e le centrali sono sue, acquistate con decenni di sconti sull’elettricità ai treni e migliorate a forza di investimenti. Forse sarà un caso o forse no, comunque le ex centrali Fs non sono state prudentemente inserite dall’Enel tra quelle cedute ai privati (le 3 Genco) ai tempi della liberalizzazione elettrica. Almeno per il momento le Ferrovie non intendono brandire la storia delle centrali come una clava contro il governo e in omaggio al nuovo corso conciliante vorrebbero trovare un’intesa e modificare il decreto che aumenta l’elettricità. La faccenda delle centrali la usano, insomma, come arma di pressione. Per ora. 

Da Il Fatto Quotidiano del 6 Agosto 2014

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