Il signor Giovanni (il nome è chiaramente di fantasia) si è presentato alla visita con me di prima mattina.

La pelle del viso è ricoperta da lesioni papulose, tipo brufoli, infiammate, fitte fitte. Da lontano, sembra una maschera rossa. La sua patologia ha un nome: rush cutaneo da farmaco antitumorale. In pratica, il signor Giovanni ha un tumore del polmone e assume un farmaco nuovo, di quelli definiti “biologici” che va ad aggredire le cellule tumorali inibendone la crescita. Peccato che questo effetto si estenda dovunque ci sia questo fattore di crescita da inibire, e la pelle – ovvero le sue cellule – ne sono piene.

“Preferisco rinunciare alla terapia, dottoressa”, mi dice con aria malinconica, mentre la tosse lo tormenta. “Oggi in autobus mi guardavano tutti, mi sono sentito un appestato…Il mio tumore non si vede, ma questa roba che mi deturpa sì, eccome!”

Provo a convincerlo a farmi provare a controllare questo orribile effetto: è quello di cui mi sto occupando ultimamente, ma il signor Giovanni non ci sta: preferisce rischiare di non farcela piuttosto che sentirsi un mostro.

Per me è un brutto giorno. La mia frustrazione è palpabile sulla mia di pelle, me la sento addosso come una contaminazione.

Qualità della vita”, non si fa che parlare di questo concetto, specie se riguarda un malato importante come quello oncologico. Le nuove frontiere della medicina si arricchiscono ogni giorno di nuove scoperte scientifiche, nuovi farmaci “intelligenti” vengono immessi sul mercato a ritmo serrato. Solo quest’anno saranno pronti per essere utilizzati un nuovo farmaco per il melanoma, uno per alcuni tipi di tumori polmonari, uno per l’epatite C e altri ancora. Sempre più sofisticati, sempre più mirati e dedicati a cercare di intimidire e distruggere determinate cellule attraverso i loro recettori.

Steve Jobs ha finanziato personalmente la scoperta di farmaci per il suo tumore al pancreas e questo gli ha permesso una sopravvivenza oltre qualunque previsione per il suo tipo di cancro.

Ma tutta questa tecnologia ha un prezzo, si chiama tossicità da farmaci, ovvero, se da una parte questi farmaci migliorano la sopravvivenza dei malati oncologici, dall’altra provocano una serie di effetti collaterali con i quali bisogna convivere.

Quelli sulla pelle sono molto frequenti e – come osservava giustamente il signor Giovanni – sono visibili.

La pelle è l’organo più grande del nostro corpo, ha sue funzioni ben precise come qualunque altro organo, non è un semplice rivestimento. Inoltre ha a che fare con la sfera emotiva di ciascuno di noi perché è quello che di noi si vede, quello che offriamo al mondo. Vista, tatto, odore, tre dei cinque sensi la riguardano e attraverso essi comunica.

Ho cominciato ad occuparmi di questi effetti quando Anna, una mia carissima amica che oggi non c’è più, mentre si straziava dal dolore per le conseguenze della terapia alla quale era sottoposta per un cancro cattivo e metastatico disse una frase che mi entrò nel cuore e non se ne è più andata: “Ma non bastava il cancro?”

A volte, tra la malattia di base e le complicanze viene da pensare ad un accanimento della natura senza pietà, e si resta davvero sconcertati. E non bastano gli anni di lavoro e l’esperienza conquistata per farsene una ragione; anche il medico più “tosto” si avvilisce davanti a tanta sofferenza.