“…Galleggiando dolcemente 

e lasciandosi cullare 

se ne scende lentamente 

sotto i ponti verso il mare 

verso il mare se ne va 

chi mai sarà, chi mai sarà 

quell’uomo in frack. …”

Domani sono vent’anni dalla morte dell’intramontabile Domenico Modugno e, caso vuole, che a dieci anni dalla scomparsa di Marco Pantani e alla vigilia della riapertura delle indagini sulla sua scomparsa, mi sembra di scorgere l’esile sagoma del Pirata dentro quel vecchio frack.

Chi mai sarà quell’uomo in frack. Chi mai sia stato. Questa sembra essere la domanda più insidiosa alla quale trovare una risposta per mettersi il cuore in pace. Ma la risposta non c’è. E dunque si prova a cambiare la domanda. Pantani ha realmente cercato la morte o si è trattato di omicidio? Testimonianze molto diverse tra loro, pareri discordanti dei medici legali, ferite ingiustificate sul corpo della vittima, richieste di soccorso ignorate, un soqquadro artificiale nella camera D5 dell’incriminato Residence ‘Le rose’ di Rimini: elementi tangibili che riportano alla prosaica concretezza di un’indagine che ambisce a ristabilire la verità fattuale. I fatti, ancore preziose per tenerci saldi alla terra e salvarci dalle correnti dell’ignoto. Cos’è successo veramente quel giorno è un quesito al quale forse potremo trovare risposta, ma chi fosse mai quel’’uomo ‘in frack’ che, solo, se ne era andato a ritirarsi in pieno inverno in un residence di Rimini, quali pensieri girassero nella sua testa, quanto stretta fosse la presa di quella bestia che gli mordeva l’anima non c’è dato saperlo. Perché il 14 Febbraio del 2004 non è morto un campione ma è morto un uomo, per quanto sia difficile da accettare: l’uomo Marco che il campione Pantani non è riuscito a salvare.

“Marco, perché vai così forte in salita?”

 “Per abbreviare la mia agonia.”

La pressione sull’atleta per sconfiggere la depressione sull’uomo. Il tentativo di pedalare lontano dell’inferno che si portava dentro. Ma per il resto del mondo Pantani era il Pirata punto: santo o diavolo, fuoriclasse o baro.

Perché la disfatta del campione, il declino del talento rivelatosi spurio, taroccato da sostanze, è più semplice e meno inquietante da accettare dell’angoscia, della disperazione che opprime l’essere umano fino a mozzargli il respiro. Eppure sotto l’icona, nascosto e un po’ vessato continua ad esistere l’uomo, creatura fragile e monca, anni luce dall’invulnerabilità del campione, che la popolarità ha finito di esautorare dalla possibilità di gridare lo strazio che vive. 

La condizione del malessere è fatalmente percepita come inseparabile da una solitudine insanabile connaturata alla diversià; e il mondo collude, manifestando cecità, refrattarietà all’empatia e fuga nella rimozione. Come se il male di vivere si potesse attaccare. O come se riconoscerlo negli altri ci rendesse più esposti.

Come sia morto infine non sappiamo ancora, ma la morte del Pirata è iniziata camminando solo in un frack troppo largo.