Dal primo agosto scorso anche nel nostro Paese è in vigore la Convenzione di Istanbul, ratificata dall’Italia un anno fa.

Ciò significa che dovremmo fare tutto il possibile, soprattutto a livello legislativo, affinché i dettami presenti nella Convenzione entrino fattivamente nella vita di tutti i giorni. Stiamo parlando di un importantissimo provvedimento che detta la “road map” contro la violenza sulle donne, per prevenire la stessa e per agire dopo che – ahimè – la stessa s’è consumata ed una persona e la sua prole, necessitano di assistenza e cure.

Tanto per intenderci, ecco cosa recita la Convenzione di Istanbul al suo primo articolo: “La presente Convenzione ha l’obiettivo di: proteggere le donne da ogni forma di violenza e prevenire, perseguire ed eliminare la violenza contro le donne e la violenza domestica; contribuire ad eliminare ogni forma di discriminazione contro le donne e promuovere la concreta parità tra i sessi, ivi compreso rafforzando l’autonomia e l’autodeterminazione delle donne; predisporre un quadro globale, politiche e misure di protezione e di assistenza a favore di tutte le vittime di violenza contro le donne e di violenza domestica; promuovere la cooperazione internazionale al fine di eliminare la violenza contro le donne e la violenza domestica; sostenere e assistere le organizzazioni e autorità incaricate dell’applicazione della legge in modo che possano collaborare efficacemente, al fine di adottare un approccio integrato per l’eliminazione della violenza contro le donne e la violenza domestica”.

Quali propositi migliori potremmo sognare? Il fatto è che non basta che si dica che una “Convenzione è entrata in vigore” per vedere i suoi frutti positivi fiorire nella nostra società. Tutta una serie di regolamenti e normative, come già ho accennato, dovrebbero essere approntati perché le donne italiane possano davvero sentirsi al sicuro sotto l’egida di quanto a suo tempo stabilito a Istanbul. Invece, pare che proprio a questo livello si stia incontrando un cono di bottiglia.

Josefa Idem, l’ultima ministra alle Pari Opportunità che il nostro Parlamento ricordi intervenne con forza nella primavera inoltrata del 2013 nel dibattito in corso sulla ratifica della Convenzione: “Le storie e le vite spezzate delle donne maltrattate, stalkizzate, uccise, come quelle di altre donne di tutti i Paesi – disse allora la Idem – hanno contribuito a fare emergere una nuova consapevolezza sul fenomeno della violenza contro le donne, fenomeno che ha assunto, negli ultimi anni, una visibilità crescente, che ha risvegliato le nostre coscienze, che ha suscitato una progressiva attenzione, fino a diventare – e dico: finalmente – una priorità di azione da inserire e prevedere all’interno delle agende di Governo e delle organizzazioni internazionali”. Poi concluse: “L’approvazione del progetto di legge di ratifica della Convenzione di Istanbul sarà, pertanto, un utile strumento per introdurre nel nostro ordinamento adeguate misure di carattere amministrativo e misure di carattere normativo”.

La Idem aveva in progetto grandi cose una volta che la Convenzione fosse entrata in vigore; peccato che una gestione poco trasparente delle sue proprietà l’abbiano costretta a dimettersi, e da quel momento una cortina di silenzio calò sul lavoro del ministero a cui lei faceva capo. Oggi le deleghe delle Pari opportunità sono ancora nelle mani del Presidente del Consiglio, Matteo Renzi, che evidentemente, in questi giorni ha ben altro per la testa che occuparsi del diritto delle donne a non essere violentate e a trovare strutture adeguate che di loro possano prendersi cura.

Detto questo, sono pienamente dalla parte della Presidentessa di Telefono Rosa Gabriella Carnieri Moscatelli che ha denunciato: “Dei punti cardine della Convenzione, sintetizzabili in prevenzione, protezione e sostegno delle vittime, perseguimento dei colpevoli, politiche integrate, non troviamo nulla nella programmazione del Governo”, dice la Presidentessa e prosegue: “Quello che constatiamo è un dipartimento delle Pari Opportunità abbandonato a se stesso, senza una guida politica e senza un confronto con le Associazioni, cui viene negato un interlocutore politico. Tutto questo ha delle responsabilità e, per noi, la responsabilità è tutta nella sordità del Presidente del Consiglio, Matteo Renzi, dinanzi alle richieste degli operatori del settore, tra cui quella fondamentale, di avere una ministra per le Pari Opportunità”.

A questo punto la richiesta è chiara e circostanziata: si rimetta in piedi un Ministero strettamente dedicato alle Pari opportunità e si faccia tutto ciò che è nelle potenzialità del Governo per mettere in pratica la Convenzione di Istanbul; lo si faccia per il Paese tutto ma soprattutto per le italiane!