Millesettecento e passa morti palestinesi, in gran parte civili, cosa volete che sia? La stabilità di Israele e dell’Occidente ha il suo prezzo. Il contesto globale di questo ennesimo massacro è quello di una crisi sempre più profonda del capitalismo, che si manifesta sia attraverso disoccupazione e annientamento degli spazi pubblici in Europa e altrove, sia attraverso un riequilibrio delle posizioni globali, specie con l’emergere di un nuovo schieramento formato dai cosiddetti Brics (Brasile, Russia, Cina, India, Sudafrica), che hanno tenuto di recente un importante vertice in cui fra l’altro è stato deciso di dar vita a una banca con un capitale di cento miliardi di dollari che comincia a delineare un’alternativa al dominio occidentale del mondo, proprio sul fronte della finanza che è uno di quelli decisivi.

Per vari motivi anche la crisi in corso a Gaza si inserisce a pieno in questo contesto, al di là delle letture facilone che vanno per la maggiore. In primo luogo perché tutta la vicenda, a partire dall’oscuro rapimento ed uccisione dei tre giovani israeliani, è stata voluta e guidata dal governo israeliano per allontanare ogni prospettiva di pace negoziata, che implicherebbe la rinuncia al progetto illegale degli insediamenti e il venir meno dell’altrettanto illegale blocco di Gaza. Come spiega Noam Chomsky su Internazionale, “La situazione è cambiata nell’aprile del 2014, quando Hamas e Al Fatah hanno stretto un patto di unità nazionale che prevedeva la formazione di un governo di tecnocrati non associati a nessuno dei due partiti. Naturalmente Israele si è infuriato e la sua rabbia è cresciuta quando gli Stati Uniti e il resto dell’occidente hanno approvato il patto, che non solo indebolisce l’affermazione di Israele secondo cui è impossibile trattare con una Palestina divisa, ma anche il suo obiettivo a lungo termine di dividere la Striscia di Gaza dalla Cisgiordania. Bisognava fare qualcosa, e l’occasione si è presentata il 12 giugno, quando in Cisgiordania sono stati uccisi i tre ragazzi israeliani. Il governo di Benjamin Netanyahu sapeva dall’inizio che erano morti, ma ha finto di ignorarlo fino a quando non sono stati ritrovati i corpi, così da avere l’opportunità di attaccare la Cisgiordania. Il primo ministro Netanyahu ha affermato di sapere con certezza che Hamas era responsabile di quelle morti. Ma anche quella era una bugia”.

Si susseguono le ipotesi sui reali autori di quel rapimento e di quell’assassinio, ci sia o meno lo zampino dei servizi israeliani, cosa che non si può del tutto escludere, si è trattato di un crimine orrendo usato per giustificare e commettere crimini ancora più orrendi. Mai potremo vedere, sui nostri telegiornali, reportage obiettivi e rivelatori come questo della Zdf tedesca, che sostiene che la morte dei giovani fu tenuta nascosta per due settimane e mezzo per consentire al clima di isterismo antipalestinese di giustificare l’escalation repressiva che è culminata nel bombardamento a tappeto di Gaza. L’incendio del Reichstag Netanhayu style.

Vi è poi un’altra ragione di fondo per questi massacri ed è quella che la guerra costituisce sempre più l’habitat naturale del capitalismo in crisi. Anche qui il riferimento ad Israele è più che pertinente. Il ricorso alla guerra delinea il sorgere di un nuovo modello di sviluppo economico. Se il turismo è ovviamente entrato in crisi, l’industria degli armamenti tira più che mai e si accinge a vendere nel mondo intero gli armamenti più sofisticati testati sulla pelle dei bambini di Gaza. Israele rappresenta del resto uno dei pochi casi al mondo di regime apertamente coloniale e razzista e quindi un modello per il rapporto tra Nord e Sud, tra centro e periferia.

Non si tratta del resto di un caso isolato. Ovunque le guerre proliferano per effetto di precise scelte dell’Occidente, così in Siria ,Iraq (dove giunge notizia che le forze dell’Isis operano massacri di cristiani e kurdi ezidi), Libia ed altrove dove i movimenti armati islamici costituiscono la conseguenza diretta della destabilizzazione dei regimi preesistenti operata dall’Occidente mediante l’intervento armato, sia in Ucraina, dove un golpe ha spazzato via il governo di Yanukovich per sostituirlo con uno palesemente votato allo smembramento del Paese.

Economicamente in crisi, l’Occidente è consapevole, nei suoi gruppi dirigenti palesi od occulti, di dover coltivare il terreno militare come ultima chance per conservare il suo predominio.

Noi occidentali abbiamo il preciso dovere di ribellarci a questo sistema di guerra delineando, anche nei nostri Paesi, sistemi e modi di rapportarsi alternativi e pacifici, verso un governo effettivamente multipolare del pianeta, che sia basato sul rispetto del diritto internazionale. Anche da questo punto di vista la questione palestinese e quella israeliana rappresentano sfide importanti. Ecco perché è fondamentale costruire momenti di solidarietà con il popolo palestinese e i pacifisti israeliani, imponendo sanzioni economiche ad Israele ed interrompendo immediatamente ogni cooperazione militare e traffico di armamenti con un governo che si è macchiato nuovamente, in queste settimane, di gravi crimini di guerra e contro l’umanità.