Che cosa abbiamo noi da imparare, oggi, dallo scandalo Watergate? Esattamente quarant’anni fa, il 30 luglio 1974, il presidente degli Stati Uniti Richard Nixon consegnò al giudice che indagava sul caso i nastri delle sue conversazioni nello Studio Ovale. Provavano che Nixon sapeva delle intercettazioni abusive realizzate dai suoi uomini all’interno del Watergate, il complesso dove aveva sede il quartier generale del Comitato nazionale del Partito democratico. Pochi giorni dopo, l’8 agosto, per non subire il procedimento di impeachment, Nixon diede le dimissioni e lasciò la Casa Bianca.

La vicenda Watergate è entrata nel nostro immaginario e nel nostro vocabolario. Usiamo il suffisso -gate per connotare i grandi scandali (Irangate, Rubygate), parliamo di “pistola fumante” (smoking gun) per indicare una prova evidente, chiamiamo “gola profonda” (deep throat) la fonte coperta che rivela i segreti di un’indagine.

Tutto iniziò la notte del 17 giugno 1972, quando furono scoperti e arrestati cinque uomini che erano penetrati all’interno degli uffici di Washington in cui si organizzava la campagna elettorale e la raccolta di fondi per il Partito democratico. Stavano cercando di riparare alcune cimici piazzate in precedenza per spiare l’attività del comitato elettorale. Seguirono due anni d’indagini giudiziarie, di polemiche politiche, d’inchieste giornalistiche (tra cui quella famosissima di Bob Woodward e Carl Bernstein, i reporter del Washington Post che misero a disposizione dei lettori anche le rivelazioni di “Gola profonda”).

Emerse via via il coinvolgimento di uomini del Partito repubblicano e dello staff del presidente. Non solo Nixon sapeva, ma aveva anche partecipato attivamente ai tentativi di insabbiare il caso e deviare le indagini.

Una commissione del Senato degli Stati Uniti avviò un’inchiesta, con sedute pubbliche, trasmesse in diretta dalle tv e seguitissime nel Paese. Nel corso di una di queste udienze, fu rivelato che tutte le conversazioni avvenute nella Sala Ovale erano registrate. Il procuratore speciale (special prosecutor) Archibald Cox chiese allora alla Casa Bianca di avere i nastri: potevano essere la prova che il presidente non era coinvolto e diceva la verità.

Nixon si oppose, in nome del principio del “privilegio dell’esecutivo”. Ordinò anzi al giudice Cox, attraverso il ministro della Giustizia Richardson, di lasciar cadere la sua citazione in giudizio. Il prosecutor rifiutò. Nixon allora ordinò di cacciarlo. Al dipartimento della Giustizia seguì il “massacro del sabato sera” (20 ottobre 1973): le dimissioni immediate del procuratore generale Richardson e del suo vice Ruckelshaus, che si rifiutarono di licenziare Cox.

Fu l’avvocato generale Robert Bork a eseguire infine l’ordine. Ma il successore di Cox, il procuratore speciale Leon Jaworski, proseguì l’indagine e continuò a chiedere i nastri originali e non le trascrizioni parziali offerte dalla Casa Bianca. La questione arrivò davanti alla Corte suprema degli Stati Uniti. Il 24 luglio 1974, questa respinse all’unanimità la richiesta del presidente di far valere il “privilegio dell’esecutivo” e ordinò di consegnare i nastri al procuratore speciale. Vi era registrata anche la conversazione del 28 giugno (la “pistola fumante”), in cui Nixon e il capo dello staff della Casa Bianca discutevano un piano per ostacolare le indagini, facendo in modo che la Cia facesse credere all’Fbi che i nastri riguardavano la sicurezza nazionale, dunque non potevano essere resi pubblici. A questo punto, dopo la decisione della Corte suprema e davanti a un’opinione pubblica attenta e partecipe, Nixon capì che la battaglia era persa. Il 30 luglio eseguì l’ordine e consegnò i nastri. Pochi giorni dopo lasciò la Casa Bianca.

Ogni riferimento al Quirinale, al Senato dei nominati, alla narcotizzata informazione italiana, alla trattativa Stato-mafia, ai magistrati di Palermo, alle telefonate distrutte del presidente e alla Corte costituzionale che gli dà ragione è puramente casuale. O no?

Il Fatto Quotidiano, 27 luglio 2014