Un giorno, piccato per l’ennesima velenosa considerazione assai poco sportiva – in ogni senso – sul fatto che sì, lui era in maglia gialla ma se ci fossero stati Christopher Froome e Alberto Contador, allora…l’educato ma non tanto paziente Vincenzo Nibali rispose: “Non ho rubato nulla a nessuno”. Ed oggi persino i più ritrosi dei media francesi sono costretti ad ammettere che, “malgrado l’abbandono prematuro” dei due grandi favoriti della vigilia, “sarà difficile contestare al Siciliano la legittimità del suo successo”. Tradotto: Nibali ha “ultradominato”. Ha passato tutti i test della corsa. La tappa mini-classica di Sheffield. Il pavé simil Roubaix. I Vosgi. Le Alpi, I Pirenei. Persino la cronometro.

Tutti sul carro del vincitore. Ma non chiamatelo renziano
Lo Squalo dello Stretto ha sempre attaccato, per questo lo chiamano così, “non ho altra scelta se voglio arrivare primo”. Il secondo in classifica, colui che i francesi definiscono “delfino”, sta a quasi otto minuti di stacco. Adesso, semmai, aspettiamoci che sul carro del glorioso vincitore messinese saltino cani e porci, a cominciare dal premier Matteo Renzi che già l’aveva invitato a Palazzo Chigi (con lo scaramantico Nibali a pigliar tempo, “ci andrò solo dopo l’ultimo traguardo, se sarò ancora in maglia gialla”). In un eccesso di zelo e di saliva (quella che umetta la lingua dei servi) c’è chi afferma che Nibali, essendo cresciuto ciclisticamente in Toscana, possa essere in fondo un simpatizzante renziano. Forse perché il nostro ineffabile primo ministro applica una democrazia piuttosto sbrigativa, come la tattica attuata in corsa dalla maglia gialla…Dimenticano, questi leccapiedi del pedale vincente, che quando Renzi era sindaco di Firenze non fu in grado (o non volle) spendere i soldi che avrebbero richiesto gli organizzatori del Tour per allestire “le Grand Départ” nella città di Bartali, proprio nell’anno del suo centenario. Fu lo Yorkshire a spuntarla: i suoi amministratori furono assai più lungimirante di Renzi, e la contea ha incassato tre volte i soldi spesi.

A Parigi una vittoria in famiglia ricordando i sacrifici
Ma vabbé, oggi è giorno indimenticabile per chi ama il ciclismo! Godiamoci la passerella dei corridori sugli Champs Elysées, il trionfo di Vincenzo, il cerimoniale, gli abbracci, la festa, il tripudio, i fan venuti dall’Italia, la moglie Rachele, la pargoletta Emma, mamma Giovanna, papà Francesco…quella famiglia del campione che ha sgobbato duro per poter dare al figliol prodigo i mezzi e l’ambiente giusto, cosicché potesse diventare quello che è ora. La parola ‘sacrifici’ in casa Nibali non è una finzione retorica. La vita a pedalate significa spesso rinunce, sofferenze, lontananza. Ha detto papà Salvatore che tutto cominciò con una bicicletta fatta a pezzi, che l’ha rimessa a posto perché oltre ad avere zappato la terra, tra i tanti mestieri che aveva dovuto fare c’era stato anche quello di carrozziere. Vincenzo da piccolo lo chiamavano Enzo, anzi Enzino: pareva così fragile e invece era forte, soprattutto forte dentro, ah, che carattere, che orgoglio che tenacia! E giù con la fluviale erosione dei ricordi.

Il papà Salvatore: “Enzo rispetta tutti, ma ha un carattere fiero”
La memoria è bella ma scava l’anima, a ripercorrere la lunga infinita strada in bicicletta, da uomo cavallo come diceva Brera, da fatica nella fatica, con la gente che ogni tanto ammoniva il ragazzo Nibali: “Ma dove vai Enzino? Col ciclismo si muore di fame, meglio il calcio…”. Le corse a tappe sono lunghi tragitti dell’esistenza, ti abbandoni ai pensieri, ti eserciti a resistere, e le salite ricordano quanto possa essere difficile raggiungere un traguardo, qualsiasi tipo di traguardo. La bicicletta è assai più di un semplice mezzo di locomozione, sostiene chi l’ama e la pratica. Non è l’Italia una Repubblica fondata anche sulla bicicletta? Non è la storia del ciclismo intrecciata alla storia del nostro Paese? Non abbiamo avuto tutti, nel profondo del nostro cuore, una voglia corsara di arrivare primi, con uno scatto, un allungo che ci portasse davanti a tutti gli altri? Su, allora, godiamoci l’ultima tappa dell’ultimo Tour de France, che sublima lo sport delle due ruote, e che è molto di più di una corsa: ognuno dei 164 ciclisti rimasti in gara è una storia da raccontare, una pagina di mondo. Sono transitati davanti al Louvre, che è il museo più visitato del globo, e attorno Parigi darà spessore all’impresa del messinese, un figlio di quel Sud che sa che per ottenere qualcosa nella vita: “O si ruba o si fanno sacrifici”, ripete papà Salvatore a chi gli chiede come ha fatto Vincenzo a diventare campione “Sapete? Enzo rispetta tutti, ma ha un carattere fiero” dice. Se subisce un torto, appena gli capita l’occasione, ricambia.

….e se subisce un torto, ricambia. Vero Horner? Vero Péraud?
Penso allo scatto dell’americano Chris Horner, a undici chilometri dall’Hautacam. L’americano una volta lo aveva rimproverato in pubblico, al Giro della Svizzera del 2005: ‘Quello della Fassa Bortolo‘ – nemmeno sapeva come si chiamasse l’allampanato giovane che correva per la squadra di Giancarlo Ferretti – non aveva tirato come avrebbe dovuto. E l’anno scorso alla Vuelta, gli aveva soffiato la maglia rossa in extremis, a 42 anni! uhm. Così per questo Nibali gli era saltato addosso e l’aveva piantato all’istante, umiliandolo. Ma anche rischiando di impallarsi, mancando ancora troppo dall’arrivo. E Péraud, il furbetto succhiaruote? Due volte voleva passargli davanti, sotto lo striscione del traguardo, a gratis. No, caro Jean-Christophe, anche se hai otto anni più di me, io ho faticato di più io sono la maglia gialla io passo davanti a te. E otto minuti, guarda caso, sono il distacco in classifica che separano il messinese e il francese…

Il destino è nei numeri: il sette dello Squalo
Nei numeri si legge il destino. Pigliamo il sette. In una corsa, la Coppa d’Oro della Valsugana, Nibali arrivò settimo. L’amico Eddy Lanzo, che sarebbe poi stato il suo testimone di nozze, lo ribattezzò lo Squalo dello Stretto, soprannome che riassume la sua origine, e l’orgoglio di essere messinese, siciliano, italiano. Da nickname a logo. Adesso si vendono persino le bici con la figurina dello squalo. E, guarda le coincidenze, se vogliamo proporre un irriverente paragone biblico, il settimo comandamento è quello del “non rubare”, giusto ciò che disse Nibali a chi gli rinfacciava di avere avuto fortuna, con le cadute di Froome e Contador. Infine, egli è il settimo italiano a vincere la corsa ciclistica più importante del mondo. Il primo fu lo sventurato Ottavio Bottecchia, chiamato “il muratore del Friuli” (era stato pure carrettiere), che finì i suoi giorni ammazzato come un cane sulla strada di Pieris, nel giugno del 1927. Il mistero della sua morte violenta (l’uccisero i fascisti o una banda di estorsori?) non offusca la sua impresa: indossò la maglia gialla fin dalla prima tappa e la conservò sino alla fine, il 20 luglio del 1924, ossia novant’anni fa. Un Tour massacrante di 5425 suddiviso in quindici tappe, quattro delle quali furono appannaggio di Bottecchia. Tra i 157 concorrenti vi erano 8 vincitori del passato e tre che avrebbero vinto il Tour, più Giovanni Brunero, dominatore di tre Giri d’Italia e che in quel Tour 1924 si impose nella Nizza-Briançon. Bottecchia non aveva ancora trent’anni, come Nibali che li compirà a novembre. Come Nibali, non ebbe rivali in salita: indimenticabile l’impresa del 2 luglio, la Bayonne-Luchon, dove sorvolò l’Aubisque, superò il Tourmalet e l’Auspin, rifilando dopo 150 chilometri di fuga su strade oggi impensabili quasi diciannove minuti al belga Lucien Buysse. L’anno prima, era arrivato secondo. Bottecchia replicò il successo, conquistando il Tour del 1925, leggermente più lungo del precedente (5430 chilometri).

Da Bottecchia a Pantani: Vincenzo nell’olimpo del pedale italiano
Maglia gialla i primi due giorni, poi alla settima tappa, infine dalla nona sino a Parigi. In totale ha portato la maglia gialla alla fine di 34 tappe, nelle varie partecipazioni al Tour: record italiano che non è ancora stato avvicinato da nessuno, non da Gino Bartali, trionfatore dei Tour 1938 e 1948, non da Fausto Coppi, che fece sue le edizioni del 1949 e del 1952, gli anni in cui diventa il Campionissimo, gli anni che i francesi lo adottano. Ancora oggi, si dice che Eddy Merckx è stato il corridore più forte di tutti i tempi, ma Fausto Coppi “le plus grand”. Coppi fu il primo ciclista a vincere nello stesso anno Giro d’Italia e Tour de France, nel 1949, e si ripeté nel 1952. Anni di trionfi epocali. Nibali, in un eccesso di modestia, ieri ha dichiarato che ha corso solo per vincere e non ha pensato alla storia, tantomeno alla leggenda del ciclismo. Non è vero, altrimenti non si sarebbe impegnato come ha fatto, per vincere sulle Alpi il giorno del centenario di Bartali. O come sui Pirenei, dove i grandi italiani del passato cesellarono stupende vittorie. Poi venne il 1960, l’anno della morte di Fausto Coppi, che perse la vita per colpa della malaria e di medici incompetenti. Ebbene, proprio in quell’anno così triste per tutto il mondo delle due ruote, è un italiano che si impone nella Grande Boucle che è alla sua 47esima edizione. Ad onta di tale infausto numero (il francese Roger Rivière si spezzerà la colonna vertebrale in una discesa forsennata), Gastone Nencini, toscano del Mugello (patria di Giotto) pennellò formidabili discese dopo salite in cui primeggiarono Imerio Massignan e Graziano Battistini (secondo sul podio).

Nibali come Gimondi: 19 giorni in giallo
Anno di grandi velocisti e finisseur come André Darrigade e il nostri “cit” Nino Defilippis, che vinse due tappe. La leggenda narra che Charles de Gaulle incoraggiò Nencini, quando il Tour passò da Colombey-les-deux-églises, la residenza del generale: “Paris n’est pas si loin…”, gli disse. Altri tempi. E altre storie. Quella del bergamasco Felice Gimondi, neo professionista di 23 anni che alla sua prima partecipazione, vince la terza tappa da Roubaix a Rouen, indossa la maglia gialla, la tiene sino alla settima, la riconquista a Bagnères-de-Bigorre e la conserva sino a Parigi, resistendo sul Mont Ventoux agli attacchi furibondi di Raymond Poulidor (vince la crono del Mont Le Revard e si ripete nella seconda crono da Versailles a Parigi). Diciannove giorni in maglia gialla: quanto Vincenzo Nibali. Bisogna attendere sino al 1998, l’anno in cui successe di tutto al Tour: lo scandalo doping della Festina e l’estromissione della squadra dalla corsa, le scalate esaltanti di Marco Pantani che surclassa Jan Ullrich, il tedesco già vincitore del Tour 1997 e si impone in solitario nella tappa di Plateau de Beille, per suggellare il suo dominio alle Deux Alpes, dopo aver fatto il vuoto sul Galibier e aver affibbiato quasi nove minuti ad Ullrich e ai suoi gregari Bjarne Rijs e Udo Boelts. Il tedesco cercò la rivincita nelle due cronometro, strappando sette minuti a Pantani. Il Pirata conservò la maglia gialla nelle ultime sette tappe, e realizzò la grande accoppiata col Giro d’Italia nello stesso anno, settimo corridore a riuscirci (di nuovo il numero 7…).

L’obiettivo dello Squalo: l’anno prossimo Giro e Tour
Nibali vorrebbe essere l’ottavo, poiché intende correre l’anno prossimo sia Giro che Tour. Intanto, è il sesto corridore di sempre a centrare in carriera la “triplete”: ad aver vinto tutte e tre le grandi corse a tappe, la Vuelta (2010), il Giro (2013 e il Tour (2014): il primo a riuscirci fu Jacques Anquentil (1963), poi vennero Felice Gimondi (1968) ed Eddy Merckx (1973), infine Bernard Hinault (1980) e Alberto Contador. Merckx detiene una sfilza di record impressionanti: ha vinto undici edizioni dei Grandi Giri (e 65 tappe), mentre Contador è colui che ha impiegato meno tempo a far suoi Giro, Tour e Vuelta: un anno e due mesi. Quanto a Hinault, fu il più giovane: 25 anni e 6 mesi. Ma nessuno è stato capace di vincere i tre giri nello stesso anno. Neppure Merckx detto il Cannibale. Chissà, magari Nibali il…CanNibali?