“Se ci fosse stato Contador sarebbe stato il Tour di Alberto” ha detto Oleg Tinkoff, patron della squadra dello spagnolo. Se ci fosse stato Froome sarebbe stata un’altra corsa dicono i critici. Se avesse mostrato meno superiorità sarebbe stato più simpatico ai francesi, che nonostante siano tornati ad affacciarsi sul podio, si sono incazzati ancora. I “se” insinuano il dubbio che la dinamica della corsa sarebbe potuta essere diversa, le dimensioni del trionfo meno grandiose, ma non scalfiscono la caratura dell’impresa dello “squalo dello stretto”, Vincenzo Nibali, con merito, vincitore del Tour de France 2014.

Il siciliano è il settimo italiano a vincere alla Grand Boucle dopo le doppiette di Bottecchia (’24 e ’25), Bartali (’38 e ’48) e Coppi (’49 e ’52) e i successi di Nencini (1960), Gimondi (1965) e Pantani (1998). Dieci successi tricolore in totale che ci portano a essere la quarta nazione più vincente al Tour dopo gli stessi francesi, fermi a quota 36 dal 1985, il Belgio a 18 e la Spagna a 12. Nibali poi entra nell’esclusivo club dei ciclisti che hanno vinto le tre grandi corse a tappe (Giro, Tour e Vuelta), prima di lui solo Anquetil, Merckx, Gimondi, Hinault e Contador hanno conquistato la cosiddetta “tripla corona”.

Tutti i “se” ipotetici non rendono giustizia all’impresa di un ragazzo che ha domato salite e insidie della strada meglio di tutti e che l’anno prossimo non avrà timore di sfidare chi è “scivolato” sulla strada per Parigi. I tifosi del campione italiano addirittura rimpiangono il fatto che Nibali abbia dovuto rinunciare ad almeno due tappe perché non supportato da una squadra fortissima. L’Astana è stato il primo pensiero di Vincenzo dopo il successo a Hautacam, onore ai ragazzi che hanno sudato per lui: Vanotti, Kangert, Fuglsang, Scarponi, Iglinskiy, Grivko, Westra e Gruzdev, tutti bravi ma non erano un’invincibile armata di quelle che eravamo abituati a vedere al Tour al servizio dei tiranni di turno.

Torna a contare “l’uomo solo al comando”, il campione che determina la corsa, non le squadre che accompagnano quasi fino all’ultimo chilometro il capitano. Un tiranno, Nibali lo è stato comunque ma non avrebbe potuto fare altrimenti, nessun ciclista frena in salita, figurarsi uno come Vincenzo che era forte come non mai. Più forte che al Giro 2013 che pure aveva dominato e molto più forte e maturo di quando nel 2010 vinse la Vuelta. Una crescita graduale quella del messinese che rende ancora più orgogliosi i tifosi che lo seguono da sempre anche quando non vinceva perché sbagliava strategia e che gli stavano vicino quando perdeva una Liegi, regalava la Sanremo a qualcun altro o si faceva sfilare la maglia rossa alla Vuelta da un arzillo vecchietto.

Quel Nibali, oggi, è il passato che umanizza il tiranno attuale e lo consacra campione di impegno e fatica. Vincenzo ha aggiunto un tassello ogni anno e raccolto i frutti di un lavoro continuo e che non finirà di certo a Parigi. Altri grandi Giri lo aspettano e per i prossimi 3 o 4 anni potrà essere ancora al top nelle corse da tre settimane, ma per raggiungere una dimensione superiore, per salire ancora un gradino, Nibali deve andare a caccia di una grande classica e di un Campionato del Mondo, magari già a Ponferrada in settembre.

I prossimi giorni saranno un banco di prova importante per l’uomo più che per il ciclista perché Nibali adesso è un campione universale. Le attenzioni dei media, gli inviti e le richieste saranno moltiplicati e il successo, si sa, hanno un prezzo. La semplicità del ragazzo di Messina, emigrato in Toscana per diventare campione è l’unica ricetta da seguire perché il successo non cambi, in peggio, questo ragazzo disponibile con tutti appena dopo l’arrivo e anche fuori dalle corse. Questo ragazzo che nell’estate del fallimento azzurro ai mondiali ha rubato diverse prime pagine al calcio e rilanciato il ciclismo italiano.

Questo ragazzo di quasi 30 anni che sul podio degli Champs-Élysées pregusterà il ritorno alla normalità con gli affetti più cari a fianco: moglie e figlioletta che in questo 2014 è stata la sua vittoria più preziosa. Prezioso adesso è il compito di Nibali per il ciclismo italiano, un campione che regala emozioni, lascia il segno nelle generazioni dei giovani ciclisti che giocano a fare “Nibali” sui cavalcavia di tutta Italia e che fra 10 o 15 anni potranno emularlo davvero al Giro o al Tour. Questo in fondo è il compito più importante per te, Vincenzo, e te lo dico con il cuore colmo di orgoglio e negli occhi le tue braccia alzate e il sorriso sui traguardi francesi. Vittorie di un ragazzo diventato campione, vittorie senza se e speriamo senza ma.