Era cosa nota che i falsari di moneta, nel tardo Ottocento, mettessero particolare cura nel riprodurre la nota dicitura che prometteva severe punizioni al falsificatore. Come è altrettanto noto che la massima punizione, la pena di morte, ha una efficacia deterrente pari a zero in tutti i paesi in cui è ancora in vigore.

Di pena di morte, in un paese come il nostro che l’ha espulsa dal proprio lessico nell’immediato Dopoguerra, siamo soliti parlarne quando leggiamo di esecuzioni particolarmente raccapriccianti. Svogliatamente quando il paese appartiene a culture in cui difficilmente ci si riconosce e con maggior vigore quando accade in Paesi (Stati Uniti ) a cui riconosciamo mille difetti ma anche mille pregi. L’orrore e la follia è la stessa: paradossalmente la pena di morte negli Usa appare più umana perché la tecnologia, apparentemente, la fa sembrare distante dalla violenza dell’impiccagione, della lapidazione, o decapitazione. In realtà, nella modernità degli stati Uniti, la pena capitale pare essere ancora più crudele e inumana.

Non mi riferisco solo agli incidenti di percorso che, come nel caso di ieri, imprimono in un rantolo lungo due ore, l’agonia del condannato. Ma per la tempistica con cui viene eseguita l’estrema punizione. Intendiamoci, la pena capitale rappresenta la dimensione vergognosa di un paese che in altri campi ci ha insegnato molto. Una sorta di tributo alla propria storia fatta anche di violenza e di legge del più forte che rassicura la parte più arretrata del paese, accomunando, nel concetto di vendetta, giustizia terrena e divina.

L’ipocrisia è sublime: garanzie e diritti del condannato vengono rispettati nella più meticolosa disumanità, quasi a farci credere che tutti gli aspetti della vicenda umana che porteranno il condannato a morire, siano protocolli amministrativi e legali che pareggiano i conti con la morte dello stesso. La quale morte avviene, mediamente, a distanza di venti o trenta anni dal reato. Si uccide un’altra persona sdoppiando la vita umana in un prima e in un dopo.

Chiunque ha messo piede, anche un solo giorno in una galera, può, se munito di minima sensibilità, facilmente rendersi conto di cosa significhi, ai fini del cambiamento, passarci dieci o venti anni. Di come un efferato episodio, anche per chi lo ha commesso, assuma una dimensione di alterità rispetto a ciò che sei diventato.

In questi protocolli di garanzia la condanna a morte negli Stati uniti è ancor più iniqua e barbara. Nello sviluppo della tecnologia applicata alla morte e nel rispetto delle garanzie, “pasolinamente” il progresso si fa regresso. L’umana pietà si dilata all’infinito in un tempo sospeso, e la morte del condannato appare ancora più insensata.

L’agonia del singolo focalizza il nostro sdegno quando dovrebbe essere l’assurdo assioma “dell’occhio per occhio e dente per dente” a rappresentarlo. Anche in questo caso l’autorità riesce ad essere peggiore di chi vuole punire.