La storia penosa di Alitalia segue manuale del facite ammuina: al tavolo delle trattative chi ha firmato ieri non firma oggi, chi si è seduto si alza. Dopo esitazioni sottolineate, Francesco Caio, capoazienda delle Poste, conferma l’impegno di ulteriori 40 milioni.

Dal canto nostro attendiamo che il presidente Roberto Colannino rientri negli esuberi del personale. I cinque anni della sua gestione hanno prodotto risultati disastrosi: l’anno scorso 568 milioni di euro di perdita, 280 milioni nel 2012! Le banche perdono i crediti, il personale perde il lavoro, lo Stato continua a dedicare risorse a un’impresa senza futuro. Intanto l’Europa chiede spiegazioni e potrebbe aprire una procedura di infrazione per aiuti di Stato. Siamo sereni, dice il ministro Lupi. Molti attori sono gli stessi: Raffaele Bonanni, nel 2008 contro la vendita a Air France, oggi vede un grande futuro per Alitalia; Luigi Angeletti, da 15 anni segretario generale della Uil, firma per l’accordo con Etihad ma è contro il rinnovo del contratto; invece Susanna Camusso è contro l’accordo e firma il rinnovo del contratto! Tuttavia a guardare i sindacati si guarda il dito e non la luna. La responsabilità del fallimento appartiene in primis agli azionisti e al management in cabina di pilotaggio.

Un gruppo eterogeneo di imprenditori “patrioti” che hanno affrontato con disinvoltura le strategie e il funzionamento di un’impresa già malata. In 5 anni si sono succeduti tre amministratori delegati (provenienti dalle telecomunicazioni, dall’elettronica di consumo, dalle moto…) con ricette contraddittorie, corto raggio, lungo raggio. Al contrario il Ceo di Etihad, il solido James Hogan, vanta una lunga esperienza nel settore. Dal 2006 a capo della compagnia emiratina, il 58enne australiano sta pazientemente portando a termine la sua visione. Perché la pratica italiana non è quella normale? Un manager scelto per la competenza specifica e non per le relazioni che intrattiene, retribuzioni basate sulle performance, interruzione del rapporto per cattivi risultati e senza buonuscita. 

La figura stabile è quella di Roberto Colannino. Mantovano 71 anni ad agosto, manager di tempra che, reduce dall’insuccesso Telecom, ha quotato la finanziaria Immsi di cui è presidente e ad così come della controllata Piaggio. Un dettaglio: quanto costa all’Alitalia il presidente Colannino? A ottobre 2013 aveva dichiarato che si sarebbe ritirato al termine dell’aumento di capitale, ma poi gli altri soci e le banche hanno insistito perché rimanesse! Nell’impresa quando si sbaglia si dovrebbe uscire per testimoniare in termini concreti le parole responsabilità e meritocrazia. Se non si cambiano i giocatori non cambierà il gioco.