La Vecchia Signora soffre un po’ di arteriosclerosi. Diciamolo subito: quello commesso dalla nuova triade (Agnelli, Marotta, Paratici) con Antonio Conte è un errore che rischia di pesare seriamente non solo sull’economia di una stagione che nei piani bianconeri doveva essere quella della campagna europea, ma anche nel bilancio di una società che è tutto tranne che florida (oggi all’apertura della Borsa il titolo è partito perdendo il 3,40%). Per questi motivi l’addio dell’ormai ex tecnico non può essere protocollato con un video e una lettera del presidente sul sito della società.

Per comprendere lo strafalcione dirigenziale basta mettere i fatti in fila. Due mesi fa, al termine del terzo campionato vinto di seguito, Conte era stato chiaro: sarebbe rimasto solo in presenza di ambizioni di livello europeo. Tradotto: o gli davano i calciatori che voleva lui per puntare a vincere la Champions (con la conferma dei migliori già in rosa), oppure nisba, ognuno per la sua strada. Il tecnico salentino, è noto, si piace tanto e sa di essere bravo: la voglia di essere il migliore può essere una colpa? No. La Juventus, dal canto suo, sapeva bene di non poter esaudire le richieste dell’allenatore: Conte pretendeva materia prima da nouvelle cuisine (Sanchez, Cuadrado, ecc), la società aveva nelle corde una spesa al discount (non che Morata e Iturbe siano gratis, per carità… ma vuoi mettere i 40 milioni pagati dall’Arsenal al Barcellona per l’attaccante?).

Ed ecco il pasticcio: Marotta & Co., certi di poter sopperire alla mancanza di denaro con le idee in sede di calciomercato, hanno convinto il mister a restare. Poi hanno cercato di indorare la pillola, acquistandogli non i giocatori chiesti, ma i loro surrogati meno costosi. Vuoi Sanchez? Eccoti Iturbe (che – ops – va alla Roma). Vuoi una prima punta da Champions? Eccoti il giovane Morata? Vuoi un esterno a cinque stelle per il tuo nuovo 4-3-3? Eccoti lo svincolato Evra. Attenzione: doppio errore. Perché Iturbe (se fosse arrivato) e Morata, in quanto profili di campione, non è che costassero bruscolini. E così hanno comunicato all’allenatore il sacrificio di Arturo Vidal sull’altare della quadra economica.

Sia chiaro, ci sta: vendi, realizzi una plusvalenza mica da ridere e reinvesti. Ma a Conte questo non lo avevano detto. E se glielo avevano detto, non erano stati chiari fino in fondo. E hanno sbagliato alla grandissima. Perché Conte, appena compresa l’antifone, è partito in contropiede. “Agghiaggiande” è la parola risuonata nella testa di Agnelli e Marotta appena appresa la notizia del passo indietro del tecnico. Eppure lo sapevano bene entrambi che con Conte sulle promesse di mercato non si scherza. Perché c’è un precedente, identico in tutto e per tutto a quello di ieri. Era il 2009, il tecnico leccese aveva riportato il Bari in Serie A. Il capoluogo pugliese lo amava nonostante le sue origini, lui aveva messo su una squadra spettacolare. C’era tutto per far bene. Ma Conte voleva di più: l’Europa. I vertici del Bari gli dissero che avrebbero fatto il possibile per accontentarlo, lui il 2 giugno firmò il prolungamento del contratto. Poi non arrivarono i giocatori che voleva e il 23 giugno Conte salutò tutti e se ne andò. “Divergenze sul mercato” la formula magica, che al netto delle locuzioni da conferenza stampa si legge “promesse non mantenute”.

A distanza di cinque anni è successa la stessa, identica cosa. Ma a Bari c’era il braccino corto dei Matarrese, a Torino invece c’è la grandeur da discount di una società che ha sottovalutato l’orgoglio del tecnico campione d’Italia. Quando Conte chiedeva l’impossibile, la Juve doveva salutarlo e puntare sull’inizio di un nuovo ciclo, con un allenatore giovane (un nome: Montella) in grado di costruire un progetto quinquennale. Non lo ha fatto ed è stata punita – al pari dei tifosi – dallo stesso gioco delle tre carte che ha escogitato per trattenere l’allenatore: volete Conte? Eccovi Allegri. Che sarà anche bravo, ma è semplicemente l’alternativa a buon mercato del mister made in Lecce, con tutto quello che comporta in termini di abbonamenti, presenze allo stadio, merchandising, marketing, ecc. “Agghiaggiande” per le casse della Vecchia Signora.