E’ finita come fin dall’inizio sembrava destinata a finire. Doveva essere l’anno della Germania, l’anno del quarto titolo mondiale. E così è stato. Nonostante,­ calcisticamente parlando,­ l’Argentina abbia avuto forse le occasioni più limpide. E’ finita, invece, con il gol di Mario Götze a sette minuti dalla conclusione dei supplementari e con l’applauso liberatorio della cancelliera Merkel, accorsa da Berlino per assistere alla finale della sua nazionale assieme al presidente tedesco Joachim Gauck.

La prima nel 1954, poi 1974, nel 1990 e ora 2014. Le quattro annate della scalata tedesca al titolo mondiale. Per tutta la notte e ancora oggi la televisione tedesca ha riproposto ossessivamente il gol che ha deciso il match e la festa dei tifosi accorsi in strada in tutte le città della Germania. Un epilogo che in tanti ritenevano a portata di mano, quasi fosse il premio naturale del lavoro di programmazione della nazionale tedesca sotto la guida del suo allenatore Joachim Loew. Partita dopo partita, attorno alla squadra di Klose e compagni è cresciuto l’entusiasmo, scandito a ogni vittoria dai caroselli delle auto.

Maxi­schermi in tutte le città, bandiere ovunque, gadget di ogni tipo. Ieri sera, per seguire la partita contro l’Argentina, si sono radunate a Berlino, davanti alla Porta di Brandenburgo, 250 mila persone. In tanti anche nelle altre città hanno assistito al mega­evento. Alle 23 e 36 la gioia è esplosa ovunque, per le strade, nelle birrerie, negli stadi. Canti, cori, fuochi d’artificio a Berlino, Amburgo, Monaco, Francoforte. Quella di ieri, però, non è stata solo una partita di calcio. L’immagine più simbolica che in queste ore sul web meglio rappresenta la sensazione del paese, è quella che ritrae i giocatori in festa nel dopopartita assieme ad Angela Merkel. Calcio o politica, non fa differenza. La Germania può specchiarsi nell’ideale che sembra costruito su misura per lei. Quello di un paese che, indifferentemente dall’ambito cui si applica, nello sport come nell’economia, nella burocrazia come nei servizi, agisce con logica, organizzazione, senso della lunga prospettiva e programmazione.

La vittoria della nazionale diventa la metafora del primato tedesco, la trasposizione sul piano sportivo di una vocazione della Germania a essere la prima della classe sulla scena politica ed economica, in Europa e non solo. La vicenda di una squadra pazientemente costruita anno dopo anno, schema per schema, miscelando in dosi sapienti la vecchia generazione dei Klose e degli Schweinsteiger con quella dei giovani, con i Neuer e i Goetze, tutto ciò è un’occasione troppo ghiotta per non leggere in essa ­riflessa come in uno specchio­ la storia della Germania dell’ultimo decennio.

La classe dirigente tedesca si sente oggi legittimata ad avere un ruolo crescente in campo internazionale per avere portato pazientemente a termine un lungo processo di riforme economiche e sociali. La vittoria dei mondiali di calcio è la ciliegina che rafforza questa auto­narrazione. Tra i commentatori è un coro unanime. Il titolo non è piovuto addosso per caso. E’ il risultato del lavoro e degli investimenti in formazione e tecnologia da dieci anni a questa parte. Anche nel calcio ­come in politica, sottinteso la Germania avrebbe fatto quel che altri paesi non hanno avuto il coraggio, la voglia, la coerenza di fare.

E, adesso, può raccogliere i frutti del proprio lavoro. Il gol di Mario Götze non ha regalato soltanto il trofeo a una squadra che comunque ha mostrato un calcio solido. Ha reso anche simbolicamente più forte il modello tedesco.

Lo speciale mondiali de ilfattoquotidiano.it