“Brasil, decime qué se siente tener en casa a tu papá. Te juro que aunque pasen los años nunca nos vamos a olvidar. Que el Diego te gambeteó, que Cani te vacunó, que estás llorando desde Italia hasta hoy (A Messi lo vas a ver) la Copa nos va a traer, Maradona es más grande que Pelé. Comincia tutto da qui, da questo coro nato sulle gradinate dello Stadio delle Alpi di Torino durante i Mondiali di Italia ’90, come si evince dal testo che parla di Italia, Maradona e Caniggia, con la successiva aggiunta della parentesi relativa a Messi, la grande rivalità tra Brasile e Argentina. Per questo, con l’invasione di almeno centomila tifosi dell’Albiceleste per le strade di Rio de Janeiro per la finalissima di Brasile 2014, e le dichiarazioni di supporto di tutti i brasiliani per la Germania, la vittoria dell’Argentina oggi trasformerebbe il nuovo Estádio do Marcanã nel vecchio maracanãzo.

L’ennesima nemesi sportiva del Brasile. Perché in realtà storicamente i rapporti tra Argentina e Brasile sono sempre stati più che buoni, a tutti i livelli. Anche e soprattutto nel calcio. Fin dalla decolonizzazione spagnola del diciannovesimo secolo i due stati hanno collaborato su tutti i fronti, e in due secoli ci sono state solo piccole scaramucce quasi a cementare una relazione di vero amore. Per esempio c’è stata una piccola guerra culminata col conflitto degli anni 1825-28 per l’annessione dei territori della Banda Oriental. E ancora nel 1945 una disputa sulla centrale idroelettrica costruita da Brasile e Paraguay sul confinante bacino d’acqua dell’Alto Paranà che ha avuto strascichi fino agli anni ‘70. Per il resto però si sono sempre continuati a stringere accordi e sviluppare strategie comuni sotto ogni aspetto, con il Brasile che si schiera fin da subito a fianco dell’Argentina nella lotta per le Malvinas.

Tornata la democrazia in entrambi i paesi, dopo le sanguinarie dittature, i rapporti hanno continuato a essere assai amichevoli anche con i Kirchner e con Lula e Dilma. Nel calcio pure. Tra i due paesi c’è sempre stata stima e rispetto, con i verdeoro che al massimo guardavano con compassione i cugini poveri biancoazzurri dall’alto delle loro coppe. La rivalità era per entrambi con altri paesi sudamericani, Uruguay prima di tutti. Addirittura Pelé è stato editorialista mondiale per un decennio sul Clarìn, il più importante quotidiano argentino, fino al 1990. Perché il 24 giugno 90, la vittoria allo Stadio delle Alpi dell’Argentina sul Brasile per 1-0 (gol di Caniggia) agli ottavi di finale del Mondiale, ha cambiato tutto. Almeno nel pallone.

E quel coro “Brasil, decime qué se siente” cantato ancora oggi nelle strade di Rio, ne è la dimostrazione. Da allora le relazioni calcistiche tra i due paesi si sono inacidite fino a esplodere negli ultimi anni con diversi scontri tra le due fazioni di tifosi. Fino al punto che due villaggi limitrofi del Bangladesh, Sheikhpara e Dakshinpara, durante il Mondiale del 2010 inscenarono una cruenta battaglia, che lasciò una cinquantina di feriti sul campo, perché i primi tifavano Brasile e i secondi Argentina. Oggi, a Rio de Janeiro, un intero paese è pronto a tifare Germania. Giornali, televisioni, tifosi veri e occasionali, gente comune, sono tutti al fianco dei tedeschi nonostante la cocente umiliazione subita dai panzer in semifinale. E già mercoledì moltissimi tifosi verdeoro, almeno ventimila, erano sugli spalti dell’Arena Corinthians di Sao Paulo per tifare Olanda contro Argentina nell’altra semifinale.

Lo stesso giorno, il quotidiano sportivo brasiliano Lance in prima pagina aveva la foto di Podolski abbracciato a un bambino indio e sotto il titolo: “Fin da bambini abbiamo imparato a tifare Germania”. Tutti i giocatori della Seleçao hanno fatto dichiarazioni di tifo per i tedeschi, unica eccezione Neymar che ingenuamente ha detto che avrebbe sostenuto la nazionale di Messi e Mascherano, suoi compagni di squadra a Barcellona. Ma è stato prontamente redarguito. Sarebbe insostenibile per il Brasile assistere a una notte di Rio in cui risuonasse alto al cielo “Brasil, decime qué se siente”. E quella frase finale che ha l’ardire di sostenere che Maradona è meglio di Pelè.

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