Il poco oro blu che scorre a vari metri di profondità sotto il terreno dei Territori palestinesi occupati, è da sempre ostaggio della politica israeliana, di ogni governo che si è alternato alla guida dello Stato ebraico, indifferentemente dal suo colore: bianco, rosso o nero. Sia i partiti di sinistra , sia quelli di centro, i conservatori così come i nazionalisti e gli utranazionalisti, che oggi siedono al governo di Gerusalemme, hanno usato l’acqua come un’arma per distruggere la vita degli abitanti dei Territori e piegare la loro lotta per ottenere uno Stato dove vivere da cittadini liberi e indipendenti.

Ma dopo la firma del trattato di Oslo, vent’anni fa, la situazione è andata peggiorando anno dopo anno, come testimonia il lavoro di coraggiose e indipendenti organizzazioni non governative israeliane. Che non hanno esitato e non esitano a denunciare i propri governi per la politica di sfruttamento volutamente intensivo delle risorse idriche dei Territori occupati a partire dalla fine della guerra dei Sei giorni, nel 1967. Dopo l’uscita forzata dei coloni israeliani dalla striscia di Gaza, ordinata da Ariel Sharon nel 2005, la guerra dell’acqua, caldeggiata soprattutto dall’ultranazionalista ministro degli esteri israeliano, Avigdor Lieberman – alleato di ferro del premier conservatore Netanyahu– che peraltro vive nella colonia di Nokdim, si è concentrata in Cisgiordania (chiamata West Bank nei trattati di diritto internazionale). Una politica che ha contribuito all’aumento esponenziale della desertificazione dei campi palestinesi, quelli delle colonie invece hanno acqua in abbondanza.

All’interno dei territori occupati, abitati da 2 milioni e mezzo di palestinesi e da 600mila coloni ebrei, anche l’acqua è stato ed è uno strumento dirimente nelle mani di Israele per sviluppare la logica dell’apartheid, soprattutto in quella zona che porta il nome di Area C. L’idrologo israeliano Youval Arbel dell’Organizzazione Non Governativa FoEme sottolinea una distinzione cruciale per comprendere chiaramente la questione: “Il territorio occupato cisgiordano è suddiviso in tre zone: A, B, C. La C, la più vasta, con la maggior parte dei terreni agricoli, contiene tutti gli insediamenti israeliani, le strade di accesso utilizzate esclusivamente dai coloni, zone cuscinetto, e quasi tutta la Valle del Giordano e il deserto di Giudea”. Dato che la C copre il 67 % della Cisgiordania ed è sotto il completo controllo dello Stato di Israele, è gioco forza per la maggior parte degli agricoltori palestinesi attendere il permesso delle autorità israeliane per scavare pozzi. “Ed è una procedura lunga, complessa e quasi sempre frustrante, poiché il permesso non viene quasi mai accordato, dato che la Joint Water Commitee, a cui gli agricoltori palestinesi si devono rivolgere, è costituita solo da due entità: il ministro dell’acqua israeliano e il suo omologo dell’Autorità Nazionale Palestinese, ma l’entità israeliana ha potere di veto. Non ci sono contrappesi pertanto”.

Nell’area C, proprio perché la più vasta e proprio perché sotto il completo controllo di Israele, c’è un ulteriore passo da compiere per poter scavare un pozzo o connettersi a un acquedotto: avere il permesso della Israeli Civil Administration. “La Israeli civil administration è l’osso più duro della trafila perché è composta esclusivamente da membri dell’esercito: dal soldato semplice, che ha il compito di andare a distruggere i pozzi e gli allacciamenti illegali (molti agricoltori palestinesi hanno cercato di bypassare il rifiuto dell’Ica irrigando i campi attraverso collegamenti di fortuna alle condutture delle colonie ebraiche vicine) fino agli ufficiali più alti in grado”. Soldati, senza competenze in materia, hanno dunque l’ultima parola sui permessi che determinano non solo la sussistenza di intere famiglie che vivono di ciò che raccolgono nei propri campi, ma anche sulla salute di tutti i cittadini palestinesi perché i permessi, quando vengono concessi, riguardano solo pozzi non più profondi di trenta metri. Solo i coloni possono scavare fino a 50 per trovare l’acqua pulita, non contaminata dalle fogne a cielo aperto che impestano la Palestina sotto occupazione.

FoEme, il cui nome è l’acronimo in inglese di “Amici della terra mediorientale”, ha sede in tre città: Tel Aviv, in Israele; Betlemme in Cisgiordania; Amman in Giordania. “Il nostro obiettivo è la protezione dell’ambiente che coinvolge queste tre Nazioni confinanti. Anche se la Palestina non è ancora una Nazione riconosciuta dall’Onu, noi speriamo lo sarà presto. Nel frattempo i palestinesi devono affrontare una realtà sempre più difficile a causa di alcuni problemi. Uno dei principali è la mancanza d’acqua, l’elemento fondamentale per la sopravvivenza”, ribadisce Arbel. 

Sul sito dell’organizzazione si possono vedere alcuni video che testimoniano le difficoltà quotidiane anche delle madri di famiglia che non hanno l’acqua per preparare il cibo e lavare i panni dei propri figli, costrette a comprarla in bottiglia dalla Mekorot, la società pubblica israeliana dell’acqua, che gestisce l’oro blu palestinese. Del resto, si sa, le cose più sono preziose, più costano. Anche quelle che per il diritto internazionale sono considerate beni comuni, diritti non negoziabili dell’essere umano. Ma non per i palestinesi.