Seimila euro per due anni per gestire un centro anti-violenza, dare ospitalità a donne maltrattate e bambini e permettere assistenza a chi denuncia soprusi. “Non ci paghiamo neppure le bollette così”. Titti Carano, presidente di Dire (Donne in rete contro la violenza), rete che raccoglie 63 centri in tutta Italia , non riesce a darsi una risposta. Il nuovo piano di finanziamento del Governo previsto per il 2013 e il 2014 dalla legge 119 – quella contro il femminicidio – sta scatenando le proteste degli operatori di tutta Italia. Le strutture, la cui validità è stata riconosciuta anche dal protocollo siglato nel 2013 con Anci (Associazioni nazionale comuni italiani) per l’istituzione di linee guida, promozione di tavoli tecnici e altre iniziative, riceveranno soltanto 2 milioni e 260 mila euro che divisi per i 352 centri su tutto il territorio (non tutti “autentici”, secondo Dire), portano a circa 6mila euro ciascuno per i prossimi due anni. “Non capiamo”, continua Carano, “perché è stata decisa questa modalità di ripartizione dei fondi. Così dovremo continuare a vivere di volontariato”. Ma non solo. “Se confermata la spartizione, si rischia di andare contro la Convenzione di Istanbul che chiede un maggiore impegno finanziario delle istituzioni contro la violenza di genere. Il 10 luglio ci diamo appuntamento nelle piazze d’Italia per far sentire la nostra voce”. Il ministero, contattato da ilfattoquotidiano.it ha preferito non rispondere e l’Italia rischia ancora una volta di restare indietro nonostante i proclami. “Senza dimenticare”, denunciano da Sel, “che il presidente del Consiglio ha ancora la delega alle Pari opportunità. Chiediamo che sia affidata al più presto come ce lo chiede la Convenzione”. 

Pochi spiccioli dunque alle case rifugio, considerando che il totale dello stanziamento previsto dal ministero delle Pari Opportunità, è di 17 milioni di euro. Il piano del governo, trasmesso nei giorni scorsi alla conferenza delle Regioni, prevede che il 33% dei fondi, pari a 5.670.000 euro, vada all’istituzione di nuovi centri. Dei restanti 11 milioni e 330mila euro, l’80% verrà destinato a interventi regionali mentre il 20% del rimanente (2 milioni circa) verrà diviso tra i centri anti-violenza e le case rifugio pubbliche e private già esistenti (circa 352). “Una modalità di ripartizione che non riusciamo a capire – dice Titti Carrano, presidente dell’associazione Dire che, nel 2013, ha dato assistenza a 18.421 donne, ospitandone 1.300 (minori inclusi) – Ci chiediamo perché una parte così importante di fondi vada ad interventi che hanno sedi, utenze e personale già pagati quando noi dobbiamo basare parte delle nostre attività sul volontariato”. In questo senso, secondo Dire, la scelta del Governo rischia di contravvenire alla Convenzione di Istanbul, che entrerà in vigore il prossimo primo agosto e che prevede lo stanziamento di risorse per una corretta applicazione di politiche integrate, di misure e di programmi (inclusi quelli svolti da organizzazioni non governative e dalla società civile) per prevenire e combattere tutte le forme di violenza contro le donne. Le modalità di ripartizione dei fondi per le iniziative contro la violenza di genere, indicate dal dipartimento delle Pari Opportunità, sono state contestate anche dalle deputate Delia Muller (Pd) e Celeste Costantino (Sel). Entrambe chiedono che il governo modifichi la norma e che valorizzi le realtà valide già esistenti sul territorio. 

Per quanto riguarda la spartizione dei fondi per interventi regionali, non risulta ancora chiaro a che cosa si riferisca esattamente il governo. Il ministero delle Pari Opportunità, interpellato per un chiarimento, nonostante le sollecitazioni non ha ancora risposto. Manuela Ulivi, della Casa delle donne maltrattate di Milano si chiede in base a quali criteri verranno definiti i destinatari. “A Milano – spiega Ulivi – negli ultimi mesi, sono stati chiusi degli sportelli anti-violenza. Questo è accaduto perché per aiutare in modo proficuo una donna che subisce violenza e che si ritrova a fare scelte difficili non bastano un ufficio e una semplice attività di consulenza, ma serve un know how specifico che include esperienza, capacità di relazione e mediazione. Tutti elementi che non si possono improvvisare”.

A sollevare un’ulteriore perplessità è poi il numero di centri e case rifugio censite – in totale 352 – che sembra sovrastimato rispetto alla realtà. Angela Romanin, vicepresidente del Coordinamento dei centri antiviolenza dell’Emilia Romagna, ad esempio, non riesce a spiegarsi come il Ministero abbia potuto contare fino a 22 case rifugio nella sua regione. “Non capisco il criterio usato. E lo dico alla luce della mia esperienza dato che lavoro sul territorio da oltre 20 anni. Mi domando dove abbiano trovato questi numeri”. Un altro mistero dell’elenco riguarda la Sicilia dove, secondo il governo, risultano esserci 62 tra case rifugio e centri. “Stiamo interpellando la Regione a questo proposito – fanno sapere dal Coordinamento regionale siciliano – perché quando si parla di centri bisogna che vengano riconosciute le caratteristiche che li distinguono e che sono accoglienza, assistenza fisica, psicologica, protezione, empowerment, formazione, educazione. Un altro discrimine importante è che le case rifugio, per essere tali, devono avere un indirizzo segreto“.

Dubbi in merito ai criteri di censimento e di riconoscimento dei centri antiviolenza vengono sollevati anche da Maria Gabriella Carnieri Moscatelli, presidente di Telefono Rosa, onlus che opera in tutta Italia, che non fa parte del circuito Dire. “Quando ho letto il numero dei centri in alcune regioni sono rimasta stupita. Ma dove sarebbero esattamente?”. Inoltre, secondo Carnieri Moscatelli, che ha protestato anche scrivendo alcune lettere al presidente del Consiglio Matteo Renzi, “per favorire la parità di genere ci vuole una politica nazionale. Viviamo in un Paese diviso in realtà regionali diverse e serve un’omogeneità culturale quando si intendono fare determinati interventi”.

C’è un’ultima questione da chiarire. Riguarda l’istituzione delle nuove strutture che verranno finanziate col 33% dei 17 milioni: mancano definizioni esaurienti sulle caratteristiche che le dovranno contraddistinguere. La rete Dire teme che ci si possa affidare troppo all’improvvisazione, con il rischio che questi posti, nel breve e lungo periodo, possano rivelarsi inutili. La questione, però, è controversa. Ci sono centri, come quello di Imola Per le donne, che ritengono che novità non sia sinonimo di approssimazione. “Noi esistiamo da due anni e qualche mese ma, nonostante questo, la nostra attività è frutto di percorsi professionali decennali e di una selezione accurata delle operatrici – spiega la presidente Maria Rosa Franzoni. – Per ora ci basiamo sul volontariato. Abbiamo calcolato che il lavoro che abbiamo fatto in un anno equivale a circa 60mila euro. Credo che sia giusto favorire una pluralità nel panorama italiano, certamente senza penalizzare in alcun modo le strutture che da anni operano sul territorio in modo efficiente. E vanno senz’altro individuati criteri validi e specifici che definiscano i centri antiviolenza”.