Erano passate poco più di due settimane dall’uscita di “Someday World” e la Warp Records già annunciava l’imminente uscita di un nuovo lavoro frutto della collaborazione tra Brian Eno e Karl Hyde (fondatore insieme a Rick Smith degli Underworld). E a soli due mesi di distanza dalla pubblicazione di quel primo disco, arriva “High Life”, che fin dal momento del suo annuncio aveva fatto pensare ad un secondo lavoro contenente brani scartati dal primo album; ma la storia non sembra confermare questa prima impressione.

La promozione di “Someday World” è passata attraverso diverse partecipazioni televisive, culminate con la presenza di Eno e Hyde al “Later with…Jools Holland”; all’album ha fatto seguito il lancio di un’applicazione gratuita chiamata “Eno Hyde”, la quale partendo dal riconoscimento visivo dell’elemento fisico del vinile, permette di fondere quest’ultimo con il mondo digitale attraverso la tecnologia AR (realtà aumentata). Andando a spiegare le motivazioni che sono alla base di questa nuova pubblicazione, Brian Eno ha ammesso che una volta terminato “Someday World”, sentiva di non essere ancora pronto a fermarsi ed iniziare la promozione dell’album, e aveva suggerito quindi di cominciare immediatamente a lavorare ad un nuovo disco che sarebbe stato diverso dal precedente e nel quale avrebbero trovato spazio nuove idee ma anche spunti che erano alla base dell’iniziale collaborazione con Hyde.

High Life” non appare facile come il suo precedente­ particolarmente incline a sonorità pop intrise di elettronica – ma esattamente come il suo precedente sembra essere il risultato di molteplici spunti: macchie di colore gettate sulla parete alla ricerca di una definizione strutturale che tende sempre di più all’astratto. C’è una linea di base ben definita e che unisce tutti i sei brani del disco. Linea che è il frutto della scelta attuata da Eno in fase di registrazione: “Hyde, Leo Abrahams, Fred Gibson, Rick Holland ed io ci siamo ritrovati per cinque giorni in studio. Come strumento principale io ho usato un CDJ (riproduttore di cd audio utilizzato dai Dj); avevo preparato un po’ di dischi che avrebbero alimentato la catena del processore attraverso la quale avrei potuto manipolarli durante la riproduzione. Un approccio che avevo sviluppato ai tempi dei Roxy Music e che da allora ho usato spesso nei miei album”. Questa è la base di partenza sulla quale andranno poi ad inserirsi la chitarra di Hyde e le percussioni di Gibson, ed è anche l’unico vero anello di congiunzione tra le varie tracce che tendono a mantenere personalità completamente diverse tra loro. L’iniziale “Return” è un crescendo di nove minuti dove l’entrata in scena degli strumenti e della voce è stata ben studiata, e sia la chitarra che le percussioni incalzano con i loro rimandi a modulazioni africane. La successiva “DBF” vede Karl Hyde protagonista con i suoi loop di chitarra, mentre “Lilac” è un’altra meravigliosa incursione in sonorità etniche che si mescolano e si confondo con innesti elettronici andando a creare rotture e dislivelli sopra una base sonora che diventa l’unico punto di riferimento stabile.

L’idea della ripetizione ciclica, dell’elemento che si moltiplica all’infinito a volte mutando forma, altre restando sempre identico, attraversa quasi tutto il disco; Steve Reich aleggia e si insinua ovunque ma è nella conclusiva “Cells & Bells” che sembra manifestarsi prepotentemente. Il brano che chiude il disco è una vera e propria immersione nel Brian Eno più sperimentale: strati sonori sui quali si aggrappano piccole particelle di suono, e Eno che modula la sua voce e i tempi del cantato imitando il canto gregoriano. Una vera e propria cattedrale sonora moderna che vale da sola l’intero album.