Allora è Jean Claude Juncker il nuovo presidente della Commissione europea. Gira e rigira, pensa e ripensa, si trova un personaggio di poco sopra il niente di Barroso, niente visione, niente leadership, vuoto dove dovrebbero esserci due idee fondamentali: chi siamo noi, l’Europa. E che rapporto c’è con il resto del mondo, il mondo che si frantuma, si uccide, si aggredisce, con i suoi popoli in fuga. Juncker non ha altro da aggiungere a ciò che Barroso non ha detto e non ha neppure pensato in tutti questi anni: come mai l’Europa? Da dove viene l’Europa? Dove va l’Europa? Con chi e perché?

Ricordo spesso, in queste pagine, che solo i Radicali di Pannella, qualunque strada abbiano scelto in qualunque altra cosa, non si sono stancati mai di sventolare il Manifesto di Ventotene, quel documento italiano che ha fatto nascere frontiere aperte invece di trincee, quel sogno di unire risorse e popoli che appare più grande nella ricorrenza del massacro detto “Grande Guerra”. Li abbiamo visti tutti insieme i leader di questa Europa, riuniti intorno alla piccola aiuola che ricorda la carneficina spaventosa nella piccola città belga di Ypres. Ma neppure quella ricorrenza ha prodotto il miracolo di fare cambiare discorso.

L’Europa è nata da regolamenti, ed è rimasta ai regolamenti. Quando il nuovo Parlamento europeo si aprirà ci saranno, come protagonisti, tante piccole donne e piccoli uomini (non loro, ma i governi che rappresentano) che vedono la vita di ogni essere umano e di ogni popolo solo in numeri e decimali, niente sogni, niente attese, niente speranze, niente ideali. E si troveranno contro, con intento di opposizione, creature ancora più piccole, come in un pauroso viaggio di Gulliver, strani gnomi che, proprio nei giorni della Grande Guerra, vogliono frontiere chiuse, persone escluse, migranti affondati in mare e una meticolosa opera di smagliatura per disfare i legami e riportare a solitudine e isolamento ogni Stato che si era associato per fare quella che continuiamo a chiamare, con infondata speranza, Europa.

Peccato che nessun testimone originale del Manifesto di Ventotene (non parliamo di età ma di fede) abbia voluto o potuto candidarsi in queste elezioni. Fra gli uomini-numero del cosiddetto rigore, e i nani delle frontiere chiuse, mancano i testimoni del percorso grandioso da cui l’Europa ha deragliato, e per la quale alcuni grandi esuli e confinati avevano a lungo lavorato e testimoniato. Dunque il Parlamento della nuova Europa, che non ha visioni, non ha ideali, non ha progetti, si divide in buoni e cattivi. I “buoni” sono gli uomini-numero che si uniscono o si dividono per uno 0,3 per cento. I “cattivi” vogliono ritornare all’Europa della Grande Guerra, perché possono concepire come solo valore la frontiera, e la vogliono chiusa. Per questa ragione, quando si ferma per decidere chi dovrà essere il ministro degli Esteri (che chiamano, non per errore “alto rappresentante” affinché si senta fin dal nome che è un funzionario e non un politico) i nomi sono subito piccoli, più piccoli e irrilevanti (quelli rimasti in discussione in questo momento) della stessa modesta dimensione del nuovo presidente.

L’Italia nomina Mogherini, la gentile persona che nessuno aveva notato come ministro degli Esteri italiano, e che nessuno noterà come Rappresentante della Politica Estera europea. A ben guardare non c’è sproporzione fra Mogherini e questa Europa. Perché non c’è una politica estera europea. L’Europa vive senza politica e senza idee accanto alla Siria che è un nodo senza sosta e senza uscita di spaventosa violenza. L’Europa è a un passo da Israele e Palestina e non ha mai saputo compiere gesti anche lontanamente simili a quello di Papa Francesco.

L’Europa prende atto del rapimento di tre adolescenti israeliani e non ha una parola da dire né un gesto da compiere per quanto sia evidente la gravità e il rischio. L’Europa ha di fronte una Libia spezzata in territori e bande di guerra continua e si comporta come se non fosse acceso fuoco accanto al petrolio. Agli europei sembra bastare la sicurezza di portarsi via la parte necessaria di carburante.

Sul Mediterraneo l’Italia è allo stesso tempo colpevole e vittima. Colpevole di avere affidato per anni tutta la politica della immigrazione nelle mani di un gruppo barbaro detto la Lega Nord che, con l’odioso e dannoso strumento della legge Bossi-Fini, ha trasformato un problema serio, importante ma affrontabile con civiltà, in una serie di tragedie, naufragi, donne e bambini scomparsi in mare, respingimento di persone in fuga dalle guerre e con inviolabile diritto d’asilo. E adesso che esiste l’operazione “Mare Nostrum” (che avrebbe dovuto esistere fin dall’inizio) l’Europa non intende fare la sua parte, non accoglie, non condivide, non paga. Ma intanto esplodono guerre (almeno otto le più gravi nel mondo) e divampa in Africa la spaventosa febbre emorragica ebola che ormai contagia undici Paesi. Anche ebola è politica estera perché, senza aiuti e intervento scientifico internazionale, quei Paesi non potranno salvarsi ma ne contageranno altri. Intanto la Russia continua a premere con la sua forza contro l’Ucraina con la gentile comprensione italiana. Il Giappone decide che la cosa giusta è lasciare il pacifismo e tornare al riarmo. Ma le finestre d’Europa (niente a che vedere con Ventotene) continuano a restare murate. Dalle sue piccole feritoie l’Europa non vede il mondo e il mondo non vede l’Europa.

il Fatto Quotidiano, 29 Giugno 2014